giovedì 13 ottobre 2016

Conversazione al fronte: Intervista a Silvana De Mari

Silvana De Mari, medico-chirurgo, psicoterapeuta e scrittrice fantasy di fama internazionale. Che non a caso è considerata da molti la J.K. Rowling italiana. Dal 2000, anno della sua prima pubblicazione per ragazzi: L'ultima stella a destra della luna (Salani), ad oggi i suoi libri sono stati molti, come i premi ricevuti da più parti del mondo. Vale la pena ricordarne alcuni di grande successo: La bestia e la bella, L'ultimo elfo,L'ultimo orco, Il drago come realtà (ed. Salani), L’ultima profezia del mondo degli Uomini, Io mi chiamo Yorsh (Fanucci), Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo, La realtà dell’orco (Lindau).

L'abbiamo intervistata perché colpiti dalla sua idea di fantasy, inteso non come fuga dal mondo, bensì come metodo attraverso il quale riconoscere tutto ciò che di buono, bello e vero esiste su di esso. Sulla scia di Lewis e Tolkien. Di fatti le sono state poste delle domande su alcuni dei temi di più stretta attualità, che rappresentano delle vere sfide all'umano e al bene comune. Come è nel suo stile, la De Mari ha risposto con la fermezza di chi non si piega di fronte a nessuna menzogna politically correct, ma desidera ardentemente indicare la strada più ragionevole da seguire per una vita migliore.


Parto da una semplice ma non banale domanda, perché scrive libri di fantasy?

Perché avevo bisogno di un contenitore dove poter parlare della storia e di Dio. La storia della mia epoca e della mia civiltà, quella europea. Oggi, finalmente, indipendentemente dal fatto che siamo credenti o liberi pensatori o atei perché è irrilevante, noi non possiamo non dirci discendenti del pensiero cristiano, anzi ebraico-cristiano. Se non lo facciamo, se non ritroviamo la fierezza della nostra storia e delle nostre radici spirituali, il nostro pensiero non potrà davvero rinnovarsi e sarà sconfitto. In primis dal duro confronto con l'islam, la cui shar'ia nega in principio la possibilità dell'attuarsi della dichiarazione dei diritti dell'uomo. Nel 1895 Lévi-Strauss rilasciò un'intervista in cui era nitidissima ormai la sua visione apologetica dell'Occidente: “Ho cominciato a riflettere in un'epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture, e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l'impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne, fra le quali figura probabilmente l'esplosione islamica. E di colpo mi sono ritrovato a essere un difensore etnologico e fermamente deciso della mia stessa cultura”. Sottoscrivo. Ricordiamo tutto questo. E allora salveremo tutti, sia i nostri figli che i figli di coloro che credono di essere i nostri nemici.

Visto che ha parlato di islam: da dove trae origine il terrorismo che lo contraddistingue?

Il terrorismo islamico ha una data di nascita precisa, il 22 novembre 1941, quando a Berlino Adolf Hitler ha pronunciato la frase: “Il nazismo ha due anime, tedesca e islamica”. Quel giorno fu stretto un patto d'acciaio tra Hitler il Gran Muftì di Gerusalemme, lo zio di Arafat e la più alta autorità dell'islam sunnita. In cambio dello sterminio degli ebrei, il Gran Muftì di Gerusalemme offrì l'alleanza di tutto l'islam: Egitto, Siria, Iran, Iraq e ovviamente Palestina. Il nazismo e l'islam hanno gli stessi valori e gli stessi nemici, fu detto in tale occasione. Non a caso nel mondo arabo il Mein Kampf è il secondo libro più letto, dopo il Corano.

Vi è qualche speranza di aiutare i musulmani a rifiutare la violenza e ad accettare un sano confronto con i cattolici e chi altro non la pensa come loro?

Una certa condizione, anzi due, possono alimentare questa speranza: come dicevo poc'anzi, che l'Europa non dimentichi le proprie radici cristiane, medievali, divenendo così un autorevole interlocutore, per chi ha difficoltà a comprendere una sana idea di laicità, e che persone come Mahmoud Mohamed Taha siano ascoltate e supportate. È il Gandhi sudanese (altro che i fantomatici “ribelli moderati”), impiccato sulla pubblica piazza di Khartum mentre benediceva la folla; era un uomo che amava la vita, amava l'umanità e amava la pace; affermava che il Corano si divide in due parti: le sure della Mecca, che affermano la pace, il rispetto per i non musulmani, l'uguale dignità delle donne rispetto agli uomini, e quelle feroci di Medina, che incitano alla guerra, alla ferocia, all'odio e alla discriminazione. Le seconde furono necessarie per affermare l'islam nella sua epoca, ma ora l'islam deve abbandonarle e seguire le prime, così da tracciare una seconda via, coniugandosi con il divenire della storia e affermando un “jihad di pace”. Le affermazioni di Taha sono contrarie al pensiero islamico prevalente da nove secoli, che considera eterno, quindi senza un prima e senza un dopo, il testo sacro, venuto direttamente da Allah, e quindi non assoggettabile a nessuna interpretazione. È questa affermazione che impedendo la filologia ha causato la chiusura dell'islam alla filosofia. Fatto non avvenuto nel cristianesimo: San Tommaso d'Aquino lo conferma. Ma questo oggi, come tante altre questioni fondamentali, tra cui che l'uomo e la donna siano fatti per completarsi e amarsi per sempre, il matrimonio sia solo fra uomo e donna, che i bimbi abbiano bisogno solo di loro, è ostacolato dal politically correct – il bipensiero di cui parla Orwell in 1984: il più ignobile impasto di manipolazione, intimidazione, razzismo e ipocrisia - usato dagli ambienti laicisti: irreligiosi relativistici. Non è detta l'ultima: le armi per fermarlo, tenerlo a freno ci sono: si chiamano verità e coraggio.

Le chiederei di approfondire la questione radici cristiane, medievali.

È dal Medioevo che siamo nati. Il crollo dell'Impero romano è stato un evento di una violenza inaudita e noi nasciamo da lì. Tutti noi abbiamo nei cromosomi un po' di romani e un po' di barbari. Il risultato fu una società di una violenza spaventosa, ma vitale. La Chiesa salvò la scrittura, il concetto di Dio e il valore del dolore. Sempre con il cristianesimo come collante, sempre feroci e armati fino ai denti, abbiamo cominciato ad andare avanti, siamo arrivati alla dichiarazione dei diritti dell'Uomo e alla vaccinazione antivaiolosa. Questa è la nostra storia e la propria storia non si rinnega mai. Se permettiamo a tutti di sputare addosso al nostro passato, perderemo quella dichiarazione. Il popolo, se questa parola può ancora essere usata, ha intuito confusamente che i libri di storia, che accennano appena alla ferocia di Lenin, di Stalin, di Mao e dei dittatori africani e mediorientali, sono falsi e che qualcosa di tremendo sta succedendo; di conseguenza si è innamorato de Il Signore degli Anelli e di un tipo di letteratura, la letteratura fantasy appunto, indubbiamente localizzata in un tempo medioevale, l'epoca in cui la nostra civiltà è nata. La gente non ha letto Benedetto Croce, ma ha confusamente intuito che nel Medioevo ci sono le radici ed è lì che bisogna tornare. Nel Medioevo, e quindi nel fantasy, finalmente, si usa un linguaggio storico. E ci liberiamo del politicamente corretto. Ecco perché Il Signore degli Anelli è un successo mondiale

Come ha fatto il cristianesimo a cambiare il cuore dei popoli europei prima ed extraeuropei dopo?

Ci è riuscito perché ha dato loro la Legge, il Decalogo di Mosè, senza cui non esisterebbe l'etica come noi la conosciamo e lo stesso concetto di responsabilità personale rischierebbe di perdersi. Ha dato loro soprattutto la certezza che tutto è stato compiuto da un fatto concreto, storico: Cristo è Dio incarnato. Nel cristianesimo, alla Legge si è aggiunta la compassione. E l'amore. Per Dio, per se stessi e per gli altri, come è spiegato nel Discorso della Montagna. Gli ultimi saranno i primi. Non è più necessario essere forti, come nelle religioni pagane, e belli e aristocratici, i vincitori o i discendenti dei vincitori. Non i re e non i saggi, ma coloro che hanno un cuore di fanciullo, sono quelli che capiranno e troveranno la libertà di obbedire. La libertà può essere di trasgredire, ma anche di obbedire. E sono due concetti opposti: l'obbedienza – passiva, malvissuta, subita, e la libertà di obbedire – obbedisco perché lo voglio fare, provo gioia a farlo. Aiuto il povero, partecipo alla cerimonia non perché altrimenti ho paura dell'inferno, ma perché ne sono felice. Per la prima volta è stato detto: pace in terra agli uomini di buona volontà. Con buona pace dei laicisti marxiani radical liberal, nessun inquisitore, nessuna nefandezza di papa rinascimentale può scalfire tutto questo.

Qual è la causa della situazione attuale, in cui si nega quanto ha riportato?

Molte, ma possono essere rappresentate da tre sfide all'umano. Il razionalismo asfissiante alla Voltaire, che cercando di portare tutto sotto il controllo della dea ragione ha finito per cancellare il senso del mistero, dell'unicità e della irriducibile dignità della persona umana (frutto della tradizione ebreo-cristiana) e gettare le basi per i mali futuri, tra cui il razzismo. Poi, le ideologie dell'800, come il positivismo, il comunismo, che hanno causato la catastrofe dell'900. Ideologie che sono diventate le religioni atee del XX secolo: la bestiale perdita di spiritualità che ci ha portato la fisiognomica, l'eugenetica, il genocidio, il razzismo (ispirati, come spiegato nel saggio La realtà dell’orco dai salotti buoni del 700 francese, sull’illuminismo).

Tutte hanno avuto parvenza di scienza. Le religioni atee, una più dogmatica, più indimostrata indimostrabile dell'altra, l'entropia, la psicoanalisi freudiana ieri, il protocollo di Kyoto, l'ecologismo, il veganesimo, l'abortismo, il gender oggi, l’idea cioè che il sesso sia un’opinione, ci informano ossessivamente sulla mancanza di ogni speranza, sulla fine del mondo, sull'inutilità dell'uomo, sulla sua fluidità priva di connotati precisi (né femmina né maschi per intenderci) e sulla bontà di animali e piante.

E ovviamente, il '68. Oltre ad aver reso “pensiero radicale di massa” quanto è stato appena detto, è stata una cultura etnocidaria ha tolto al popolo occidentale qualsiasi fierezza di se stesso e della sua storia, così da prepararlo all'asservimento. Chi si vergogna di se stesso si lascia morire e si lascia asservire. Dietro la fantasia al potere c'era in realtà l'Unione Sovietica, dove la gente moriva di fame perché fiumi di denaro arrivassero agli uomini politici e agli intellettuali disposti a fare il loro meglio per distruggere le odiate democrazie e diventare anche loro un pezzo della dittatura del proletariato. L'Unione Sovietica nel frattempo è crollata, e l'Arabia Saudita è subentrata a raccattare e stipendiare i suoi disoccupati servi, trovandosi di fronte un continente in ginocchio sui ceci per le sue supposte colpe, che non si ritiene più in diritto di avere diritti. La gente ha amato il Signore degli Anelli e il fantasy perché sa che sono la sua salvezza. L'illuminismo, il marxismo, il '68 sono tutte ideologie etnocidarie basate sul disprezzo e la criminalizzazione del Medioevo. Se l'Europa non tornerà ad essere una civiltà con delle radici culturali spirituali precise e forti, non sopravviverà. Restiamo affascinati dal misticismo di altre civiltà induista buddhista indiana hawaiana dopo che abbiamo distrutto il nostro. Ma quando la religione non ce l'ho perché l'ho buttata via, ai padri che hanno costruito uno Stato borghese ho sputato in faccia perché secondo la mia indimostrata e indimostrabile teoria io sono in grado di fare meglio, non mi restano che le religioni atee, i mostri del XX secolo. Avevamo il posto di Figlio di Dio e lo abbiamo dato via per essere un bambino in più all'orfanotrofio.

Le pongo un'ultima domanda: cosa potrebbe aiutarci a comprendere la base dei totalitarismi?

La geniale fiaba I vestiti nuovi dell'imperatore di Hans Christian Andersen. Che spiega come avviene la negazione della verità per consenso alla menzogna universale; il consenso a un totalitarismo, ma anche a mode deliranti, dolorose o pericolose. La neurobiologia ha accreditato e dimostrato la realtà racchiusa in questa narrazione. Il cervello umano addirittura cancella le realtà contrarie alle teorie che ha interiorizzato. Si tenga presente, inoltre, che le fiabe non sono qualcosa di infantile, anzi, sono una forma di conoscenza, un luogo dove la saggezza collettiva dei popoli ha riposto le sue intuizioni sul funzionamento della psiche umana.

Cinematografo dell'alpino: Independence Day 2 - Rigenerazione: Astronave più grande, alieni più cattivi e il film è… più bello!

Independence Day 2 - Rigenerazione è un buon film che sa coniugare i capisaldi del precedente con qualche novità


Un sequel è sempre un azzardo, soprattutto quando si tratta di un film che è ber rimasto nelle coscienze degli spettatori, magari con qualche battuta o scena che fa scuola a tutto il cinema che verrà dopo. Se poi il film è Independence Day quel sequel diventa una vera impresa: non solo perché sono passati ben 20 anni, ma perché il regista Roland Emmerich realizzò la fusione di un genere, quello fantascientifico, con il suo talento per il catastrofismo; la sua idea che si riassume in quella magistrale scena che era la distruzione vera e propria della Casa Bianca per mano di una grande astronave aliena. Una formula che ebbe un grande successo, ed oggi sempre Emmerich ci riprova proponendo un seguito alla sua storia.

Nel nuovo capitolo la Terra è tecnologicamente più avanzata, sfruttando i resti delle varie navi extraterrestri rimaste distrutte dopo il primo conflitto; gli alieni però non sono rassegnati e attaccano ancora, e questa volta sono armati fino ai denti e molto arrabbiati. L’umanità si deve quindi nuovamente difendere e nonostante i suoi successi in campo tecnologico deve ritrovarsi ancora una volta inferiore all’agguerrito avversario. La trama non dissimula molto dalla prima tuttavia gioca proprio sul fatto di un ritrovato senso del limite (appunto gli umani che credono di giocare ad armi pari ma si ritrovano nettamente deboli), in più aggiunge elementi nuovi che danno un sapore più fantascientifico alla storia (la sfera di un’altra civiltà aliena che chiede aiuto); inoltre il film viene dà meno spazio a quel senso patriottico all’americana che spesso e volentieri aveva nauseato nel primo: è una guerra dell’umanità, non della sola America.

Buono è anche il cast tra vecchie e nuove comparse: c’è Jeff Goldblum ancora una volta scienziato fondamentale nel decidere gli esiti della guerra, Bill Pullman più uomo e meno presidente soldato alla Trump, Brent Spinner è lo schizzato Okun (a cui tra l’altro spettano i momenti di humor della pellicola) e infine Judd Hirsch nei panni questa volta di un energico anziano sempre dispendioso di buoni consigli; tra i nuovi sono in evidenza Liam Hemsworth nei panni del pilota Jake Morrison e la brava Maika Monroe nel ruolo di figlia del presidente e fidanzata di Morrison (anche se la sua interpretazione migliore resta ancora quella di It Follows), un po’ in ombra resta invece il giovane Jessie Usher nel ruolo del figlio del mai dimenticato Steven Hiller che era interpretato da un certo Will Smith (bisogna farne di strada prima di superare un gigante…).

La resa visiva e grafica sono straordinari: con le nuove tecnologie cinematografiche oggi a disposizione Emmerich può dare ancora meglio una resa superiore rispetto al precedente. Quando va a toccare il suo suolo sacro, le catastrofi per appunto, ecco che il film dà dei veri e propri effetti di immedesimazione e sgomento. Inoltre, anche grazie alla nuova trama che vede gli umani sfrecciare nello spazio in nuovi mezzi aerei, può realizzare scene di battaglie che strizzano l’occhio alle memorabili battaglie aeree di cult come Guerre Stellari o Star Trek. La battaglia finale prende gli elementi del primo film celebrando al tempo stesso il poco conosciuto genere kaijū nipponico (i film con i mostri tipo Godzilla).

Insomma il sequel è un buon prodotto che fa bene leva sui capisaldi del precedente e migliora la resa visiva grazie ai vantaggi tecnologici del nuovo cinema di oggi. Attenzione perché c’è odore di un altro sequel, ma su questo solo il tempo saprà dirci…



Di Nunno Antonello


mercoledì 12 ottobre 2016

Lettera dal fronte: Elogio del muro

La retorica del muro simbolo di divisione tra uomini sembrava caduta nel 1989 con il muro di Berlino e del blocco sovietico, sostituita da un’altra retorica, quella delle “società aperte”. Ma negli ultimi anni l’emblema di divisione si è ripresentato sotto altre forme. Il Papa – potrebbe un pontefice, che etimologicamente vuol dire costruttore di ponti, dire diversamente? – ha coniato uno degli slogan più in voga: “costruire ponti, abbattere i muri”, in linea con la narrazione di un mondo utopico, multiculturale e multietnico. Ma siccome “la realtà è più importante dell’idea”, ci si accorge che i muri sì dividono, ma pure proteggono, demarcano, segnano un limite, differenziano, distinguono, identificano.

La simbologia del Pensiero Unico indica il muro come costruzione del male. Invece si scopre che è qualcosa di indispensabile, soprattutto in una società culturalmente liquida e tecnologicamente sempre più invasiva in cui le identità singole e collettive sono sempre più omologate. Anche se “c’è un’aspettativa incongrua, un’attribuzione di sicurezza psicologica e politica dell’effetto muro, di fatto sproporzionata” – direbbe un direttore di giornale – “i muri hanno sempre due facce, una per il fuori e una per il dentro” e ciò è evidente soprattutto se riferito al fenomeno epocale dell’immigrazione. Il punto è che i flussi migratori non cambiano in relazione ai muri bensì “alla motivazione delle partenze”. Il muro infatti non ha la pretesa di risolvere le cause del problema. Però può limitarne gli effetti.

Nella retorica egualitaria dominante l’uomo tende a “disindividualizzarsi” – per dirla con Konrad Lorenz – al punto che “gli uomini debbono essere sempre più uguali per potersi rimpiazzare più facilmente, esattamente come le macchine”. E il sospetto che il fenomeno immigratorio dei poveracci, ed emigratorio dei cervelli in fuga, sia una macchinazione del trans-umanesimo è forte.
L’eliminazione dei confini europei con Schengen, le operazioni di imbarco mascherate da salvataggio sulle coste libiche, l’accoglienza diffusa e forzata negli hotel dei paesi italiani non ha creato più sicurezza né incontro tra persone. Anzi, ha creato più confini perché le comunità si sentono lese nel diritto di definirsi, darsi cioè dei confini propri tangibili e non, mentre chi arriva si sente leso nella dignità perché costretto a lasciare la propria terra.
Affermare che bisogna eliminare i muri per essere più liberi e accoglienti, provoca la costruzione di nuovi muri, perché oltre a quelli di Spagna, Grecia, Austria, Bulgaria ecc. ci sono quelli delle indegne baraccopoli che sorgono tra Foggia e Manfredonia o dei ghetti delle capitali europee.
L’omologazione e la sostituzione di popolazione sono un processo forzato, non un incontro frutto della libera scelta fra diversi. E il muro, inteso come confine e limite, garantendo le diversità garantisce anche la libertà di incontrarsi, di aiutarsi reciprocamente. Sapere che oltre non si può andare, significa capire fin dove si può arrivare.

Ma il muro rimarrà simbolo di male finché si insisterà nella retorica egualitaria, si taceranno le vere cause dell’ondata immigratoria, si impedirà l’autodeterminazione dei popoli e non passerà l’idea che i migranti, proprio perché hanno diritto alla casa, al lavoro, alla terra vanno aiutati a casa loro con un serio programma di intervento internazionale. Ovviamente fuori dagli interessi pseudo-colonialisti di certe multinazionali.
Si tratta quindi di abbattere i muri dell’ingiustizia, dello sfruttamento, dell’avidità, della mercificazione dell’umano e della sua riduzione ad oggetto. Sono muri molto più alti e spessi di quelli che si costruiscono e molto più pericolosi perché invisibili.


Congedo con onore: Massimo Troisi - Scusate il ritardo: 50 giorni da orsacchiotto

lunedì 10 ottobre 2016

Ricognizione: Assemblea 25 settembre 2016. Santuario della Madonna di san Luca. Bologna

Canti: A canoa, Vent fin.

Intervento:
L’incontro di questa sera vuole essere un riconoscimento fatto da gente che riconosce la bontà e le caratteristiche di una storia e questa storia vuole continuarla a vivere a prescindere dall'età e dalle condizioni. Questa storia ha radici in fatti, volti, storie. Questo è il motivo per cui all'inizio abbiamo avuto l’idea di vedere i volti di questa storia, vedere gli uomini che ne sono stati protagonisti: perché a noi ci hanno cambiato la vita. 

L’origine di questa giornata è un origine assolutamente non prevista: non è l’esito di un progetto, è inutile dire che è la processione di Socci, né è la riunione di Argelli. Tutte queste cose lasciamo con ironia che a dirle sia chi non ha letto la lettera di invito. Chi ha letto la lettera di invito ha letto di una passione, che è nata tra un gruppo di amici, che in virtù di circostanze meramente casuali si è ritrovata su di un giudizio, con la voglia di dire la verità, perché a questa verità ha attaccata la vita. Non ci interessano i problemi di gestione del movimento, anche se ovviamente ne conosciamo tutte le problematiche. Ma non è questo! Lasciamole alle preoccupazione di alti prelati, o di chi fa finta di essere un alto prelato ma non lo è. 

L’invito fatto da quelli che hanno scritto la lettera è quello di una scoperta del nuovo inizio, perché la memoria, come diceva Pavese, è in realtà l’espressione e la passione dell’inizio, è un inizio che si prolunga nel tempo. Questo ha dato origine quindi alla lettera e al 25. Ci siamo conosciuti tra quelli che hanno firmato la lettera e quindi con Licio, Antonio, Marco, Assuntina, Benedetta, Paolo. Per altro volti e storie che si sono rincontrati dopo anni: io Licio l’ho rincontrato dopo 34 anni, non è che siamo compagni di scuola! Però è la forza di un giudizio! È soprattutto questo giudizio, che muove la libertà. Perché la libertà non è un sentimento. Come dice Giussani la libertà è un dinamismo, la libertà è l’assunzione di una responsabilità: che la bontà della vita che hai incontrato è nelle tue mani. Non la puoi delegare ad altri che conducono un’esperienza e tu ci vai dietro acriticamente. Non è così! Per questo ci è piaciuto ricordare ed avere l'occasione di vedere i volti che ci hanno segnato, alcuni direttamente perché sono stati nostri amici, altri indirettamente perché siamo amici degli amici. Quindi quello che vi chiedo è di rivedere questi volti in queste poche immagini che abbiamo messo insieme.


Visione di filmati su Giussani e Piccinini.


Intervento:
Ovviamente le immagini servivano per sollecitare un lavoro; non potevano essere la storia del movimento. Prima di aprire i lavori dell’assemblea mi sembra utile ricordare un passaggio a cui Giussani era molto legato ed era il riferimento che fece all'intervista a Paolo VI a Jean Guitton nel ‘77. Permettetemi di riprendere solo due di questi passaggi, perché descrivono il momento storico in cui siamo.
«Intervistatore: Da anni lei desidera che siano ripetute e conosciute da tutti le parole che Paolo VI disse all'amico Jean Guitton l'8 settembre del '77 dove si parla di un pensiero non-cattolico e della resistenza di un piccolo gregge. Perché?

Don Giussani: Perché è così che sta accadendo. La prego mi rilegga quelle parole!

Intervistatore: Eccole “C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca ‘Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?’. Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. [...] Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non-cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia”.

Don Giussani: Sono le parole sintetiche della riflessione del Papa sulla situazione e il destino della Chiesa. Qui si connette l'apertura a CL.

Intervistatore: Paolo VI fu bersagliato in maniera ignobile a causa della sua riscoperta di un attore ignorato nell'umana vicenda: il diavolo. Fu lasciato solo anche dai vescovi...

Don Giussani: Papa Montini cominciò ad accorgersi del disastro in cui la Chiesa andava scivolando quando percepì il formalismo con cui il soprannaturale era trattenuto e ripetuto. Perciò il suo discorso sulla presenza nel mondo del diavolo è stato una sfida così coraggiosa che il temperamento di Paolo VI non la lasciava prevedere al mondo e a tutta la teologia, anche cattolica, che con il mondo veniva a patti.

Intervistatore: Quel mese di agosto, morto un Papa e mentre un altro se ne stava facendo, che cosa si augurava per la Chiesa?

Don Giussani: Un uomo che continuasse l'intuizione della tragedia in cui la Chiesa versava. E dell'unico rimedio che è quello di ritornare alla fede nel soprannaturale come determinante la vita della Chiesa: all'autenticità della Tradizione.[...]»
Io direi che queste parole di descrizione del contesto leggono più di qualsiasi commento che noi passiamo fare purtroppo sul mondo di oggi e sul momento in cui versa la chiesa e il movimento dentro alla chiesa.

Lascio a voi i vari interventi e le varie reazioni su questo. Unico accorgimento 3/5 minuti ad intervento.

Intervento:
Con grande commozione prendo oggi la parola perché il tema della memoria inevitabilmente mi fa tornare a quello che ho vissuto negli ultimi 15 anni e perché in qualche modo ho avuto la grazia, oggi posso dire, la grazia di entrare intorno al 2000 in un gruppetto di fraternità che, ad un certo punto mi sono accorto, mi sembrava avesse qualche grosso difetto. Questo ovviamente non è stato uno scandalo perché nessuno può pretendere di trovarsi in un gruppetto di perfetti, quindi il mio primo atteggiamento è stato quello di, in qualche modo, notificare questo difetto e poi di pregare perché nel tempo pian piano si accorgessero di questa mancanza e si lavorasse su questa cosa, invece negli anni mi sono dovuto rendere conto che il difetto del mio gruppetto purtroppo era abbastanza diffuso presso altri gruppetti a Roma e poi in qualche modo aveva preso un po’ tutta la comunità di Roma e negli anni mi sono dovuto rendere conto che aveva preso poi anche un po’ tutto il movimento di Comunione e Liberazione. Ovviamente, questo ha determinato in me una grossa domanda, una domanda che avevo anche prima. Io ho incontrato il movimento intorno a metà degli anni ‘80; già avevo una buona fede, grazie al movimento si è rafforzata ed è diventata adulta; e visto che era l’epoca degli attacchi contro di noi c’era una domanda che ad un certo punto mi sono posto tentando una prima responsabilità: “Se domattina il movimento sparisse, io cosa farei?” In qualche modo la risposta è quella che mi ha guidato in tutti questi anni, perché io non potrei fare altro che tentare di diffondere e in qualche modo trasmettere agli altri quell'esperienza che avevo vissuto io. Quella domanda che prima del 2000 era molto retorica, dal 2000 in poi è invece diventata in qualche modo una domanda sempre più forte, sempre più presente.

Se il movimento domattina sparisse cosa c’è da fare? Il primo atteggiamento, come vi ho detto, è stato quello di dirlo alle persone che avevo vicino e poi di pregare per questa cosa, però oggi non mi è bastato più ed è cominciato il tentativo di verificare questo giudizio all'interno del movimento con alcuni amici e poi anche all'esterno con altri e direi che oggi questo è il tema dominate, è il tema della nostra responsabilità di fronte ad una storia che abbiamo ed è qualcosa che oggi mi sento di dire con commozione perché è qualcosa che oggi ha un nuovo inizio o una ripresa di inizio, soprattutto una memoria, di come è cominciato per ciascuno di noi. 

Notavo che oggi la liturgia della chiesa ci porta alla memoria di san Cleofa che è uno dei due discepoli di Emmaus, cugino di san Giuseppe marito di Maria di Cleofa. Uno dei due discepoli di Emmaus che in maniera straordinaria, così come ci raccontano i vangeli, subito dopo che Gesù era scomparso dalla loro vista, un minuto dopo, comincia a fare memoria: “non ci ardeva forse il cuore?”. 

Questo direi: il tema è giustamente molto centrato, quello della memoria; forse è anche un tema che è un po’ scomparso negli ultimi anni dentro il movimento.

Intervento:
Io volevo semplicemente dire, anche rispetto a quello che abbiamo visto su Piccinini che parla del cuore che urge la verità, che per me l’incontro con il movimento, e anche tutta la mia vita, è stato caratterizzato dal fatto che l’incontro con Cristo potesse prendere ogni aspetto della mia vita; e io ho sempre bruciato per una totalità e per la verità; ho sempre desiderato tutto. A me il movimento ha affascinato per questo, perché ogni aspetto della vita era giudicato alla luce di Cristo. Questo è andato avanti anche quando mi sono laureata. Io ho sofferto tanti anni durante l’università, per cui questo dolore ha acutizzato la mia ricerca e il mio bisogno di senso e di significato e l’ho cercato ovunque: cioè non ho mai avuto il problema “il movimento” o “non il movimento”, io avevo bisogno del senso per sopravvivere. 

Per me è stato molto determinante l'incontro con Medjugorje, perché per me lì la sequela della Madonna, seguire quello che ti chiede la Madonna che è una presenza reale, mi ha, oltre che guarita dalla malattia che avevo attraverso il digiuno e la preghiera, ancora di più messo un desiderio e una decisione di radicalità grandi. Sicuramente io nel seguire la Madonna ho trovato una risposta a questo bisogno radicale, perché mi ha reso presente Cristo, lo ha reso carnale e non intellettuale fino a sentire il suo amore che mi ha riempita di pace e sicurezza. Anche la lettura di Giussani finalmente non era più intellettuale. 

Siccome poi scrivo di bioetica, anche lì volevo la verità tutta! Quindi ho iniziato a studiare quello che diceva la Chiesa su determinate questioni, ho iniziato a leggere i Santi e, come dice Piccinini, il mio cuore riconosceva quale era la posizione più radicale e più vera in mezzo al caos anche rispetto a tante cose diverse su cui i cattolici si dividono avendo accettato chi più chi meno un po'di compromesso. Devo dire che i primi anni dopo il viaggio Medjugorje ho lavorato e pregato e basta. Poi è accaduto che l'ideologia gender arrivava e io sentivo il bisogno di affermare il legame buono con il creatore che questa ideologia nega e di farlo davanti a tutti...così ho iniziato con altri amici l'esperienza delle “sentinelle in piedi”...sì c'era chi nel movimento magari mi guardavano storta, oppure non si potevano fare gli incontri, ho discusso con queste persone. Ma poi fa niente, io sono andata avanti perché ne avevo bisogno, era quasi più forte di me, e ho cominciato a cercare chi poteva aiutarmi e l’ho trovato. Ho trovato otto persone di altri movimenti che neanche conoscevo e sono nate le sentinelle in piedi. Da otto che eravamo è nata un’amicizia bella e vera con gente di tutta italia. Devo dire che io seguendo quello che il mio cuore sentiva vero, la Madonna che richiama alla preghiera e ai sacramenti, le Sentinelle, il Magistero e le amicizie radicali, ho iniziato a fare un’esperienza di Chiesa grandissima: ho incontrato gente del rinnovamento, della parrocchia, delle Cellule che aveva dentro quest’esigenza di radicalità e verità totali. Questo mi ha fatto stimare e imparare da tanti carismi imparando di più l'importanza del nostro e il contributo necessario che può dare agli altri che è il giudizio di Cristo su tutto. 

Io quello che vedo è che Gesù non me lo toglie nessuno e che ripartendo dalla preghiera, dai sacramenti, dall'attaccamento alla Madonna, e dal seguire la verità senza schemi ho visto comunque la mia vita fiorire. Intorno a questo ho visto tanta gente legarsi a me, ma non per me, perché desiderava questa vita. Con loro io sto vivendo il movimento, la comunione, la Chiesa. A me urge solo questo questo. Poi io sono venuta perché mi ha invitata l’Antonio e volevo vedere che cosa proponevate.

Intervento:
Sono diacono permanente incardinato nella mia diocesi, ho conosciuto il movimento grazie a quattro amici che ora sono tutti preti, negli anni ottanta in seminario, non li cito ma penso in particolare ad uno di loro che in questo momento sta molto male, chi conosce Firenze sa a chi mi riferisco.

Devo dire che il signore mi ha fatto un dono, forse vi sembrerà una pretesa da parte mia, ma mi ha fatto il dono di avere il fiuto di Lui. Per cui quelle parole di Giovanni Paolo II a Parigi: “cercate i luoghi dove Cristo è presente” sono state per me sempre una bussola, e ho trovato un aiuto enorme nell’esperienza del movimento, di cui per altro io sono sempre stato uno con un piede sull'uscio, non sono mai entrato dentro a pieno titolo, ma dal movimento ho tratto un alimento anche della mia ragione e della mia fede impensato. Ho insegnato religione per 26 anni e in quel periodo ho incontrato un amico insegnante di lettere a Firenze che mi ha offerto “Il senso religioso” e per me quello è diventato la stella di orientamento. Nel 2003 ho adottato “Scuola di religione” e con questo bagaglio sulle spalle mi sono trovato totalmente disorientato dopo l’11 febbraio del 2013. Quando lei ha citato il paolo VI di allora io commentavo ad alta voce: “ma lui era il papa. Lui che diceva queste cose era il papa. Non era l’osservatore romano, era il papa. Il governo ce lo aveva in mano lui”. Lo dico, non vorrei apparirvi, anzi credo che lo sono già apparso, molto presuntuoso: noi abbiamo il dovere di esigere che il vicario ci parli del Signore; noi abbiamo il dovere di esigere che il vicario di Cristo ci parli di Cristo non ci interessano altri discorsi da lui. Per questo soffro! Forse soffro come molti di voi perché io voglio Gesù, non voglio altro. Voglio Gesù perché poi in fondo è solamente lui che mi salva alla fine quando avrò chiuso gli occhi. Come ultima cosa voglio dire che il punto di scivolamento di tutto il discorso è stato la liturgia: noi abbiamo accettato troppo facilmente di abbandonare l’idea che la messa sia il ripresentarsi del sacrificio di Cristo sulla croce. È a partire da lì che è incominciata la crisi, e noi dobbiamo ritornare a questo: recuperare il valore ontologico della messa.

Intervento:
Ho conosciuto il movimento nell'86 a Bologna.

Giussani una volta parlò di Chernobyl: la società in quel momento era come se fosse stata colpita da una devastazione radioattiva come quella di Chernobyl, dove era tutto morto e devastato. Io vengo da Verona dove Chernobyl ha colpito la realtà del movimento molto più che da altre parti: è tutto morto, tutto amorfo, tutto distrutto. Prendo un esempio solo, quello sulla battaglia sulle questioni dei diritti civili: famiglie di fatto, famiglie gay, gender. A Verona io facevo parte, da buon avvocato, dell’associazione del movimento che si chiama L.A.F.. La L.A.F. sia a livello locale che a livello nazionale non ha fatto assolutamente nulla per incontrare, spiegare e battagliare su questa cosa. Io mi sono arrabbiato e ho cercato di fare per conto mio quello che c’era da fare. Ho conosciuto un sacco di gente molto interessante, però quello che mi è dispiaciuto è che la mia casa, la mia famiglia, cioè quella del movimento non c’era, ed è una cosa avvilente. È devastante una cosa del genere: è come se mio fratello mi sbattesse la porta in faccia, cosa che è successa nel movimento. Quindi io voglio portare questa testimonianza di delusione e di avvilimento che mi ha portato ad essere esiliato nell’Opus Dei, perché non seguo più CL adesso ma seguo l’Opus, dove c’è ancora gente sana a Verona.

Intervento:
Io dico la mia esperienza e la mia domanda. Io non vengo da una famiglia del movimento, lo incontrai vent'anni fa la prima ora del primo giorno delle scuole superiori. Ebbi un professore che mi entusiasmò nel suo discorso, e dissi: “fai che sia quello di italiano!”, era quello di religione. Da lì – tra l'altro si chiamava Luigi Giussani ma non era quello famoso, bensì un omonimo, prete anche lui. Quindi posso dire di aver avuto come insegnante di religione don Luigi Giussani, anche se ho un età un po’ diversa, soprannominato Giussanello! – la cosa fondamentale che mi ha fatto decidere del movimento e della mia appartenenza al movimento è stata che mi hanno detto una cosa che prima tutto il catechismo non mi aveva insegnato, fondamentalmente, ed era che l’incontro con Gesù Cristo coincideva con la felicità della mia vita qui e ora. In conseguenza a questo a me è rimasto in testa un incontro con don Fabio Baroncini di una quindicina di anni fa, in cui lui parlando del suo incontro con don Giussani disse: “lui mi fece capire che l’incontro con Gesù aveva come conseguenza il costruire un'umanità nuova a partire da questo mondo, e un mondo nuovo qui, non una pia pratica.”.

Io, che tra l'altro ho fatto tutte scuole statali e quindi me ne sono prese di ogni e sono combattivo di carattere, voglio costruire e in questo mondo in cui siamo immersi io vorrei poter affermare la verità che io ho incontrato in maniera spudorata. San Paolo dice nella seconda lettera a Timoteo di proclamare il Vangelo in ogni modo opportuno e inopportuno. Perfetto, ok. Io voglio questo. E quando a casa mia, se questa è una compagnia guidata ad un destino e lo scopo è in qualche modo capire cosa centra il cristianesimo con la vita, io voglio poter parlare di tutto quanto non voglio mettere da parte delle cose. Quindi rispetto alla ***** io ho un carattere più combattivo: se nel movimento si dice: “non si parla di queste cose che riguardano i tuoi figli, tua moglie ecc.” io mi imbufalisco, e lei è stata anche testimone di alcuni miei imbufalimenti. Anche lei è combattiva però ha una pazienza di tutta prova! Io rivoglio casa mia. La domanda che io faccio è: come possiamo fare questo?

Io in questo momento di difficoltà del movimento e poi di tutta la chiesa ho avuto una grazia: che ho lavorato per cinque anni a Roma e lì ho conosciuto la realtà della liturgia antica, della messa antica, come diceva il reverendo. Io in quello ho trovato l’unico punto in cui Cristo viene espresso in maniera totale e spudorata; lì la regalità di Cristo ti viene proprio sbattuta in faccia in maniera totale e spudorata. Io ho iniziato a seguire quello, la mia casa è questa però. C’è stato anche chi mi ha detto: “Vabbè non è più il tempo dei grandi movimenti”. La mia casa è questa e voglio poter parlare in questa casa e giudicare tutto, non aver paura che certe cose non siano corrette. Per cui io chiedo: come?

Intervento:
Questa giornata mi ha mosso e mi muove. Perché? Rispondo con delle parole che hanno attraversato la mia vita. “Noi vogliamo ridare identità a noi stessi, prendere in mano tutta la nostra faccia. Troppo tempo è già passato allontanandoci da noi stessi senza affezione per il destino nostro e degli altri. Non si può stare fermi! Se stiamo fermi siamo subito preda della violenza del potere. Libertà è la radice da cui la violenza è contestata. L’esperienza della libertà è un’esperienza di respiro infinito in ogni cosa che si fa, l’azione libera è quella che connette con la totalità, altrimenti è una perdita di tempo. Vedere la libertà in atto in una persona, questo è l’incontro. Quelle persone possono deludere ma non può deludere ciò che si è intravisto in esse. La possibilità di un simile incontro è diventata nella storia una realtà famigliare, direi quotidiana, per un incontro di due giovani 2000 anni fa, quello di Giovanni e Andrea, e so di cosa parlo, perché quando Giussani faceva l’esempio di Giovanni e Andrea e diceva che lungo tutto il flusso della storia questo stesso incontro era arrivato a sua madre e poi a lui, per noi ci sono state delle persone come Enzo che ha fatto il portatore di questo, il terminale di questo. Io vi auguro che questa sia l’alba di un nuovo giorno e non una gomitata casuale.” Queste citazioni che ho fatto fino ad adesso venivano dagli esercizi del CLU dell’88 di Giussani che noi abbiamo vissuto. Io (adesso parlo io) sono qui per questo movimento ridestato in me che mi ha invitato ad un lavoro. È in questa compagnia, cioè quella di oggi, che la mia persona riemerge, cioè risente l’urto di qualcosa che viene su, e questo qualcosa che viene su è la propria persona, non è un’organizzazione. Questa compagnia contesta la violenza, quella che è dentro di noi e quella che subiamo e che conosciamo bene. È un giudizio questa compagnia. Quindi compagnia come memoria e come giudizio, è questa la mia risposta alla domanda dell’assemblea “Come è possibile fare memoria in mezzo alle macerie?”.

Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso e invece qualcuno vorrebbe ridurre la memoria di Cristo ad una sottolineatura dei valori morali. Io in questi mesi e anni di sofferenza non mi sono tirato indietro e non mi sono sottratto neanche agli insulti, ho reso la mia faccia dura come pietra, ho cercato di prendere in mano la mia faccia, come diceva Giussani all’inizio di quegli esercizi, non mi sono lasciato abbindolare dai nominalismi, dai sofismi di chi ci vorrebbe imporre un nuovo percorso di conoscenza e di verifica della natura del carisma. Questo invito lo fa chi ha il potere di orientare la vita degli altri, chi ci prova. Quelli che oggi mi accusano, ne faccio una questione personale, di coltivare l’idolatria delle origini, il “Giussani del mito”, questi che mi accusano non mi fanno paura, anzi mi fanno ridere. Quello che ho detto adesso non è un mito, non è una cristallizzazione, ma ciò che ho vissuto nella mia carne e nel mio cuore. Quelli che adesso ci vorrebbero imporre il nuovo corso, il viaggio verso l’ignoto, sono sempre citazioni da La Repubblica, sono loro quelli che nel ‘68 se ne andarono, e adesso dalle pagine di Repubblica vogliono imporci il cambiamento di pelle, cioè ci vogliono spellare vivi ci vogliono togliere questa memoria, per andare ad un nuovo corso dove non si sa dove si vada. Quando ho letto quella roba lì non sapevo più cosa pensare. Sono loro quelli che nel ‘68 se ne andarono e io invece permango nel solco.

La storia che mi è stata donata per grazia mi ha ricentrato e non decentrato, mi ha ricentrato verso il Centro del cosmo e della storia. Io domando di ricentrarmi, perciò non prevarranno, non mi strapperanno dalla mia stessa carne, non mi spelleranno vivo. L’aiuto più grande che possiamo darci è sostenere e favorire una domanda personale, la personalizzazione della fede riproposta con forza nel pontificato di Benedetto nel movimento viene proposta da sempre. Il contenuto della domanda è che Cristo agisca in noi: “Vieni signore Gesù!” diceva Giussani, ricordava sempre l’ultima frase dell’Apocalisse e quindi della Bibbia. Tale domanda va rivolta laddove Cristo è presente: - qui rispondo un po’ a ***** che dice: “Cristo comunque c’è, ci sono i sacramenti, io vado avanti” - il metodo del movimento è un passo ulteriore, cioè il luogo dove viene rivolta la domanda che Cristo si faccia ancora più presente e memoria vivente in noi, perciò la nostra compagnia che è memoria vivente di Cristo è irriducibile alle capacità o incapacità di ciascuno, irriducibile ai valori morali e alle capacità. Che io sia capace di dialogare o no non c’entra, che io sia capace di gettare ponti o no non c’entra niente, che io faccia dei muri o no non c’entra niente.

Nella mia storia ho in mente “Il ponte di San Luis Rey”, il libro che ci fecero leggere Enzo e Giussani, dove cerano cinque personaggi che andavano sul ponte che crollava, il problema di quel libro era il rapporto che quei personaggi avevano con il destino, quel destino che li fece crollare dal ponte.

Questo 25 settembre è sorto come sorge un bel mattino. Auguro a me e a tutti voi che sia l’alba di un nuovo giorno anche operativamente e non una gomitata casuale.

Intervento: 
Io ho lasciato il movimento due volte, ma la prima volta avevo tredici anni e non capivo niente e non avevo neanche un amico, allora sono andato con gli scout, ognuno ha il peccato originale! La seconda volta, invece, è stata perché travolto dagli esami di medicina mi sono lasciato trasportare dalla corrente universitaria e, piano piano, anche perché mio papà non mi ha concesso di fare l’esperienza del CLU nell'appartamento, e di questo ho grande nostalgia, piano piano l’ho riperso. L’ho ritrovato per la terza e ultima volta, nel senso che non me ne vado più, nell'89 perché mi hanno invitato a Bologna ad una manifestazione contro l’aborto. Per cui io nasco un po’ geneticamente così, come uno a cui piace la battaglia. E la battaglia me la sono portata dentro sempre, perché quando ero in Emilia Romagna a lavorare, per essermi opposto ad alcune cose evidentemente sbagliate che danneggiavano l’azienda in cui io lavoravo ho subito due provvedimenti disciplinari gravi con accuse da cui mi sono dovuto difendere in tribunale davanti agli avvocati, perché ero un oppositore: mi hanno detto: “Lei è un oppositore politico!” e io gli dissi: “Grazie, questo lo diceva Stalin!”. Quindi io parto così, ma non voglio ripercorrere la mia storia personale. Voglio solo dire che anche la mia storia e tutto quello che è seguito mi ha fatto percepire una cosa: le cose grandissime che il movimento ha portato dentro la mia vita sono state fondamentalmente due cose: uno che Cristo centra con tutto, esattamente tutto nella vita e che tutto deve essere ricondotto alla ragione, cioè c’è una ragione per tutto quello che si afferma. Queste cose mi hanno fatto percepire il movimento e il carisma del movimento come un carisma maschile. Non è un caso che lo abbia fondato un prete uomo che aveva degli attributi e che poi sono stato travolto dal ciclone chiamato Enzo che ha veramente cambiato dei tratti importanti della mia vita. Per cui io ho questa forte impronta che non trovo più, scusate ma io non trovo più. Giovanni Paolo I diceva anche che Dio è madre, ma questo è un concetto totalmente diverso dal fatto di annacquare tutto in uno sdolcinamento che non muove più la persona, non la mette più in azione. È questo il grave che io percepisco.

Questo è ancora più forte adesso vivendo a Bolzano. Voi sapete che noi abbiamo una chiesa totalmente protestante. La chiesa cattolica a Bolzano possiamo dire che è una chiesa protestante, anche se abbiamo un rapporto fecondo e bellissimo con il vescovo, abbiamo un grande vescovo, ma che è come sopraffatto da questa cosa. Parlo delle scuole teologiche soprattutto il collegio teologico di Bressanone dove vengono formati tutti i preti. Voi capite subito che c’è un marchio indelebile dalle omelie che fanno, gli incontri e le conferenze. È pura dottrina protestante.

Quello che dico è che dobbiamo assolutamente far rivivere questo fascino dell’incontro e di un incontro con queste caratteristiche, che ha fino dall'origine, perché l’origine nostra è il carisma, scusate, maschile. Ci vogliono gli attributi.

Intervento: 
Ho incontrato Cristo e il movimento nel ‘69, e sono qui per un motivo di gratitudine, perché appunto incontrando Cristo nel movimento e il movimento come Cristo la mia vita è totalmente cambiata. Quando è morto mio papà e poi è morta mia mamma ho fatto io il funerale, sono sacerdote, e potete immaginarvi, per chi ha avuto questa perdita, ma sono stato ferito nel sentimento, profondamente nel sentimento. Quando mi sono reso conto, in base a tante argomentazioni di cui ho scritto diverse pagine ad amici a suo tempo, che il movimento è morto, istituzionalmente morto perché il carisma è eterno e vive nello Spirito Santo, sono stato ferito non soltanto nel sentimento ma profondamente nella ragione, nel senso di un passaggio del Vangelo dove Cristo dice: “Mi hanno odiato senza ragione”. Ho visto in questo tradimento - perché tale lo ritengo lasciamo stare poi le intenzioni e i giudizi di Dio, non mi interessano dal punto di vista oggettivo - ho visto il tradimento di una ragione profonda, cioè di una ragione più grande che attraverso un uomo, Cristo ha offerto ad altri uomini. Quindi sono stato e sono ancora adesso, spero di esserlo meno in futuro, profondamente e terribilmente addolorato.

Se c’è una cosa bella nella storia della chiesa, che ha 2000 anni ma parlo del presente, se c’è una cosa bella è il movimento, il carisma del movimento. Perché Dio dà un dono per ogni epoca e secondo me in questa epoca il dono più grande che Dio ha fatto, tra i tanti, era è e rimane, perché il carisma è eterno, il movimento.

Aiutare e aiutarci insieme a ritrovare le origini diventa, di ragione profonda di questo carisma, la cosa più bella che possiamo fare in questo momento.

Io sono qui semplicemente a testimoniare la mia disponibilità, non sono qui con delle soluzioni in tasca; sono qui a dare una disponibilità totale su questo. Con un gruppo di amici stiamo già facendo un cammino con diverse vicissitudini: soprattutto l’insistenza in questo momento è su un cammino catechetico, perché perder la ragione profonda del movimento è dipeso anche dal fatto che sembra che neanche il catechismo sia più chiaro.

Intervento: 
Basandomi anche su alcune cose ascoltate da voi molto interessanti e pregnanti come il confronto con le altre esperienze di chiesa - ho sentito parlare di Opus Dei, neocatecumenali, focolarini - con cui diversi di voi hanno avuto a che fare, io volevo solamente presentare uno spunto di riflessione. 

Mi rendo conto quanto può essere importante, per riscoprire il proprio carisma e le proprie origini e quindi capire dove è giusto e come è giusto camminare e in che direzione, anche accorgersi della grazia che esiste in tantissime altre esperienze di chiesa oltre alla nostra. Io da un anno sto lavorando in una comunità della federazione “Arca” creata da Jean Vanier: case per persone handicappate mentali diffuse in tutto il mondo di cui ce n’è una qui a Bologna. Sono lì da un anno. Carisma completamente diverso dal nostro, ma fortemente cattolico con intuizioni simili alle nostre ma anche molto diverse. Aspetti di vita cristiana che sembrerebbero apparentemente anche contraddirsi con i nostri, ma alla fine, vivendoci, ci si rende conto che facciamo parte della stessa famiglia. Ebbene io non dico che dobbiamo rinunciare a noi stessi, rinunciare alla nostra natura, al nostro carisma maschile, ma io sono certo che parte della nostra difficoltà che stiamo vivendo oggi come CL ma anche come chiesa sia stata negli anni un problema anche di autoreferenzialità. 

Noi ci siamo resi conto che nella chiesa portavamo qualcosa di inaudito e incredibile, oggettivamente qualcosa di stupendo che si faceva molta fatica o era quasi impossibile vedere in altre realtà, certe peculiarità del nostro carisma che sembravano uniche all'interno dell’esperienza della chiesa. Questo è vero ma mi sto rendendo conto che ci sono altre realtà, vedo il carisma di Jean Vanier, che ha tanti aspetti che per me sono un alimento di vita incredibile e che mi aiutano a riscoprire il mio carisma. Faccio un esempio: prima è stato detto che il nostro carisma è maschile e noi siamo tendenzialmente pronti all'intervento e ci muoviamo nella società, siamo attivi e dinamici. Il carisma di Jean Vanier prende spunto dai primi trent'anni della vita di Cristo che sono stati fondamentali per gli ultimi tre anni di vita. I primi trent'anni, quelli dell’affetto materno e di tutta la sua infanzia, la giovinezza e l’adolescenza, sono stati fondamentali e formativi per arrivare a quegli ultimi tre anni. Ebbene anche noi in CL abbiamo tante case di cura, accogliamo e aiutiamo persone handicappate. L’incredibile nell'esperienza di Jean Vanier è che gli handicappati sono coprotagonisti di una comunità dove ci sono anche persone “normali” come noi. Loro sono dei profeti perché nella loro, perdonatemi, tra virgolette “demenza” hanno degli spunti di profezia incredibili. 

Perché non riscopriamo qualcosa anche in un carisma più materno che paterno, perché per essere uomo ho bisogno anche di una mamma. Io voglio essere uomo ma senza una mamma come farò mai ad essere uomo?

Intervento: 
Sette anni fa io arrivavo proprio qua a San Luca perché era accaduto il problema di mia figlia Caterina e venivamo a Bologna con due persone a mendicare all'ospedale Maggiore la possibilità di fare ricoverare Caterina qua, tra l’altro l’ospedale Maggiore è proprio qua sotto. Quindi la prima cosa che mi stampai in mente era che c’era questo santuario della Madonna sopra l’ospedale dove poi sarebbe venuta Caterina, che presero in maniera totalmente scettica pensando che non ci fosse nessuna possibilità di risveglio. Tra l’altro dalla camera di Caterina si vedeva San Luca e proprio li all'ospedale Maggiore dopo quattro mesi in quella camera Caterina si è risvegliata e poi è iniziato un cammino. Questo, per dire che il mantello della Madonna è propizio alle rinascite e alle risurrezioni. La Madonna di san Luca per me è innanzitutto questa memoria.

Racconto un piccolo aneddoto: noi dopo il risveglio dall'ospedale Maggiore siamo andati alla casa dei risvegli e qualche mese dopo, passando da Bologna, Carrón venne a trovarci. Io avevo un ottimo rapporto con Carrón e credo di averlo tutt'ora, ma non so da parte sua perché adesso non ci sono più segnali di risposta, però avevo notato da un po’ di tempo che tutta la predicazione Carroniana aveva spazzato via completamente una cosa che invece in Giussani era centrale e cioè le nostre storie. 

Noi quando siamo arrivati qua a Bologna eravamo come terremotati, completamente, e siamo stati presi in braccio e accuditi in tutti i modi non dall'organizzazione CL ma dalla gente di Enzo, amici e persone che molti io non avevo neanche mai conosciuto e che in ogni momento con noi sono stati disponibili anche a precipitarsi all'una di notte in ospedale, perché Caterina stava male, e poi siamo diventati amici. Quando è capitato di chiedere il perché uno di loro mi ha detto: “perché Enzo ci ha insegnato così! Quando uno di noi ha un problema questo riguarda tutti!”. Il movimento è questa cosa qua, non è quello che Carrón crede di aver imparato leggendo i libri. Io capisco che lui non l’ha vissuto il movimento, però dovrebbe impararlo, come tutti noi lo impariamo. Io dissi a Carrón quando venne alla casa dei risvegli: “Julian come mai? Tu conosci il nostro popolo? Conosci la nostra gente? Sai la grandezza dei miracoli che accadono fra noi, la bellezza delle persone e di momenti di persone?” Lui rimase un po’ imbarazzato e svicolò, come poi da lì sempre ha cercato di fare. Ma questa è una cosa fondamentale, perché il movimento, come don Giussani ci ha mostrato, basta ricordare gli esercizi, è qualcosa che Gesù sta facendo accadere fra noi ora! Quante volte don Giussani ha fatto gli esercizi leggendo le lettere delle persone! Non è una cosa che uno ha imparato leggendo i libri di Giussani. È una cosa, un miracolo la presenza di Gesù fra di noi che accade oggi, e che va riconosciuta nelle storie, nelle persone e nei momenti di persone. È questo il problema di Julian: lui pensa che il movimento sia una cosa che ha capito lui, che tra l’altro è l’ultimo arrivato. Non è così.

Io dalla vicenda di Caterina ho imparato tantissime cose, ma una fondamentale. Primo che noi siamo nulla, e che siamo chiamati dal nulla. Quando una ragazza nel pieno dell’età, bella e in salute di colpo in un secondo muore, tu capisci cos’è la nostra vita, veramente niente, e capisci che veramente ognuno di noi è stato voluto e evocato dal nulla, con nome e cognome, voluto. E siamo al mondo per un compito. Non è che siamo stati evocati dal nulla e buttati là. Ciascuno di noi è al mondo per un compito, ha un compito. Quel compito lì è il suo contributo unico e irripetibile all’umanità ed è l’unica cosa in cui lui può trovare la pace e la felicità. Tu poi puoi cercare potere, soldi, donne, successo ma la pace e la felicità la trovi solo lì. “E 'n la sua volontade è nostra pace”.

Il punto qual è? È che questo compito è individuale, ma Dio ci chiama insieme. Ci chiama uno per uno alla vita, ma poi ci chiama insieme dietro di lui. E noi siamo stati chiamati insieme dallo stesso accento, siamo stati messi insieme per quello stesso accento che ha sedotto il nostro cuore, e anche questa sera non siamo qui perché lo abbiamo deciso noi, ma perché siamo stati chiamati. Poi uno può dire di no, ma è un altro che ci ha messo insieme e che ci dona un compito. E questa non è una commemorazione di una cosa del passato ma è una cosa che inizia: è come quando don Giussani in un’equipe dell’82, che eravamo tantissimi, disse: “Come sarebbe bello tornare in 12!” Oggi siamo un po’ di più ma ce ne faremo una ragione! Sarà come essere 12! Però perché sia una cosa bella è quello: “come sarebbe bello essere in 12!” È una cosa che inizia ora e che non inizia con noi: è partita occasionalmente da alcune persone, Dio si serve persino di Licio per cui immaginiamo…

Quest’intreccio fra il compito personale e il compito che abbiamo insieme è inestricabile. Il compito personale può anche essere quello di stare per anni bloccata su un letto senza poter parlare e senza poter vedere, e quello è il contributo che uno da alla salvezza dell’umanità o può essere andare a combattere come Giovanna d’Arco ma tutto questo è insieme: la mia battaglia personale io la imparo dalla testimonianza che ci diamo insieme, e la testimonianza che ci diamo insieme è arricchita dal modo in cui io combatto la mia battaglia personale. Per questo è importante capire la nostra storia e rileggerla, e per questo adesso la stanno manipolando.

Nell’intervista che ha letto Lele prima prima del passo di Paolo VI, che però va mandato a mente perché fondamentale, c’è tutta una serie di risposte in cui è Giussani che fa la storia del movimento, non Carrón che neanche c’era. Io vi invito a leggerla perché lì ci sono tutti passaggi: l’emarginazione del movimento nella chiesa della scelta religiosa, Paolo VI che si rende conto del disastro totale e quindi chiama don Giussani in quella famosa messa a Roma, capisce che ciò che serve oggi è una presenza di popolo cioè una “entità etnica sui generis” che testimoni Cristo dovunque, e da lì comincia la strada del movimento che poi con Giovanni Paolo II si vedrà spalancate le braccia della chiesa. Però da una prospettiva sempre di lotta, perché quell’immagine che Giussani riprendeva da papa Paolo VI, un pensiero non cattolico che può essere maggioritario dentro la chiesa ma che non sarà mai il pensiero della chiesa e che bisogna che un piccolo gregge sussista, quel gregge siamo noi ed è il compito nostro. E Giussani lì è profetico, come è stato profetico nelle ultime interviste quando ha detto: “La chiesa si è vergognata di Cristo”, come è stato profetico in quell’intervista a Renato Farina in cui dice: “Si prepara una grande persecuzione che conviverà persino con l’omaggio formale all’autorità della chiesa, ma saranno massacrati i cristiani della presenza, i Cristiani che testimoniano Cristo".

Per cui secondo me questa sera ognuno di noi dovrà dire sì o no, ma non deve dire sì o no a Lele o a Licio o a qualcun’altro, ma a chi oggi ci ha veramente chiamato qui per un nuovo inizio, e non siamo noi.

Intervento: 
Il disagio rispetto a certe scelte pubbliche del movimento e ultimamente a certe posizioni del papa mi hanno messo in moltissima difficoltà. Non tanto rispetto alla fede, che è radicata e sulla quale non voglio pormi in dubbio, anche se un lavoro si fa sempre, ma a cosa veramente ha significato nella mia vita incontrare il Giuss, che ho avuto la grazia di incontrare veramente avendo come padre Enzo, nel senso più carnale del termine, standogli fianco a fianco in un momento della mia vita difficilissimo. Per cui Enzo mi ha rifatto letteralmente. Il rientro su Verona è stato traumatico e dopo vi fu una serie di problemi successivi per cui io è due anni che non faccio più gli esercizi, non faccio la scuola di comunità con la “gerarchia”.

Quando Marco, che è firmatario del volantino, me lo ha sottoposto mi è subito nato un urto che quando parlava Antonio prima non sono riuscita ad arginare: qualcuno ha chiesto, o meglio, è stato informato Carrón di questo? Cosa ha riposto Carrón, o cosa non ha risposto? A me interessa perché il problema non è che ci siano carismi differenti, la chiesa ne è piena ed è una ricchezza, però mi serve per prendere una posizione io, per questo me lo chiedo.

Intervento: 
Nella mia vita ho avuto l’esperienza della paura, quella paura che il santo Giovanni Paolo II ci diceva con: “Non abbiate paura!” Ho cercato aiuto e non l’ho trovato fino a che non ho parlato con don Giancarlo e ho avuto l’abbraccio di Enzo e questo mi ha aiutata a risorgere e pregando sono riuscita a maturare nella mia fede. Adesso ho solo il timore di ritornare ad essere sola.

Intervento:
Io vi ringrazio molto e mi aggancio al suo ultimo intervento perché io ho vissuto come lui una crisi molto grossa, tra l'altro devo solo parlar bene di Carrón perché mi ha aiutato sia spiritualmente che materialmente, quindi non posso dire assolutamente nulla. Però è proprio questa mancanza che lui diceva. Io ho elevato il mio grido forte perché vedevo intorno a me che era banale avvertire questa mancanza. Voglio esser testimone di questo, perché io ho chiesto a Dio che mi rispondesse, e il fatto che Dio mi abbia risposto attraverso l’incontro con Lele, Antonio e Marco è anche abbastanza comico, perché noi ci siamo conosciuti quando io ero capo di Bologna e li ho trattati tutti e tre molto male. Quindi fa vedere quanto noi siamo amici per un incontro fatto e non per altre cose. È veramente l’incontro fatto che ci crea in questa amicizia.

Intervento:
Io sei anni fa con Lele ho cominciato l’esperienza di accoglienza a Cometa. Sulla memoria. Io raccolgo questa provocazione. Nella mia vita ho questo grande privilegio di avere dei bambini in affido. In questi anni ce ne sono stati tanti. Ce ne sono due adesso che sono la memoria di Cristo: la memoria della croce per il vissuto che a volte portano e che noi cerchiamo di sostenere, la croce perché se ne vanno e ci lasciano e questo è un dolore senza fine, ma anche la gloria di Cristo perché vediamo nei loro occhi rifiorire la vita. Questo privilegio ci costringe ogni giorno a fare memoria, perché di fronte agli occhi di un bambino di due anni e mezzo che è venuto dall'Africa su un barcone non si bara più; non si bara sulla verità della sua vita e la verità della mia.

Sono andato in un luogo dove hanno costruito, su input di Giussani, la città nella città: questi due uomini che gli sono andati dietro, hanno costruito una scuola, una cappella e una chiesa perché quel luogo doveva essere una presenza per quella città, e oggi io mi trovo dolorosamente a vivere in un movimento dove a furia di citare Baumann e la paura e la società liquida abbiamo fatto la liquidità del movimento. Il movimento liquido, è sparito.

Quindi la memoria è il punto in cui noi ci dobbiamo aiutare, mi ha fatto piacere quello che ha detto Pierluca, perché la memoria è il luogo, ha ragione Antonio, dell’attacco più efferato. C’è un potenziale di cattiveria e di dolore nell’operazione che sta facendo di cambiare la storia del movimento. Questo libro della Busani, che è stata portata come una Madonna pellegrina in tutte le vacanze del movimento, è pericolosissimo perché descrive, tirando fuori tutti i testimoni ma solo su dei documenti, un Giussani che voleva fare altro, voleva fare l’azione cattolica, e la gente poi che in balia dell’ideologia lo abbandona; oggi si dirà che specularmente se ne andranno altri per altre ideologie.

E poi c’è gravissima la babbeizzazione di Giussani, cioè la riduzione a babbeo di questo sant’uomo che dal ‘76 ci dice cose che noi ignoriamo pervicacemente. Quindi questo ometto se ne stava lì mentre noi ci facevamo i cazzi nostri! Quest’attacco è pericolosissimo. Vi invito a rileggere l’intervista di Massimo Fini all'europeo del 1975, in mezzo al meeting, in cui dicevano che Giussani stava su una collina appollaiato, un guru. Ecco se vi capita rileggete quest’intervista che ha dato Giussani nel ‘75 in cui entra nel merito di tutte le decisioni, politiche, del referendum del divorzio. Quindi attenzione! Aiutiamoci sulla memoria, perché sulla memoria c’è l’attacco più duro.

Intervento: 
Io parto da una testimonianza. Sono appena tornata dal pellegrinaggio in Terra Santa fatto con Tempi e vi assicuro che è stata veramente un’esperienza incredibile. Ci ha accompagnato don Alberto. La cosa interessante che mi ha colpito profondamente è che il 99% delle famiglie che erano lì erano veramente segnate da cose drammatiche, le prime famiglie, come età, che si sono formate intorno a don Giussani. Questo ve lo racconto perché è stato come un segno che la nostra storia è preziosa, siamo stati segnati e siamo stati guardati. Ed è per questo che colpisce come uno affronta il dolore e la sofferenza e nello stesso tempo è segno del mistero che davvero tocca la vita. Nessuno ha il diritto di toglierci questo, nessuno potrà mai far finire una cosa del genere. Questa è una certezza che in questi giorni per me è cresciuta.

Voglio anche dire cosa è successo in quest’ultimo anno, andando indietro alle considerazioni che voi avete fatto. Noi abbiamo incominciato a costruire delle fraternità, abbiamo sbaraccato quelle dove non ci riconoscevamo più e ricominciato tutto da capo. Ci mettiamo insieme a quelli che condividono con noi questa posizione: la voglia di andare fino in fondo e di essere fedeli al carisma che noi abbiamo incontrato. Ed è per questo che è venuta fuori una fraternità: io ho passato un anno andando a Milano a conoscere gente, ho riconosciuto volti e storie nuove, come conseguenza del voler rivivere ed essere fedele al carisma e alla storia che abbiamo incontrato. Nessuno ci vieta di fare queste cose. Per cui noi abbiamo una fraternità stranissima nel centro Italia dove ci sono persone che vengono da Torino, Lecce, Puglia e altre parti d'Italia. Chiaramente questo non è facile perché presuppone una fatica, però ci diamo dei punti di lavoro, ci incontriamo periodicamente, abbiamo fatto quest’anno tentativamente insieme la vacanza a Norcia. Io dico che questa modalità, fare delle fraternità con chi condivide questa questione, questa è la strada che io vi propongo.

Intervento: 
La cosa che più mi ha colpito oggi sono le ultime parole di Antonio, le sue domande, e questo è ciò che più mi interessa e quindi glielo dico direttamente in faccia, gli dico sì: qualsiasi cosa possa nascere da qua mi interessa molto. Ma già ho una grazia a casa, che è casualmente un’amicizia tra persone che si sono incontrate in modo un po’ rocambolesco, ma che già da alcuni mesi vivono la comunità, non so se dire CL o che cosa… Si può dire ancora? A me da un po’ fastidio perché per me è un’altra cosa quella lì.

Vi volevo testimoniare la grazia che ho a casa, una compagnia di questi pochi amici, siamo una decina, che si incontrano con un desiderio grande che è quello di testimoniarsi la vita e lo fanno periodicamente. Tra l’altro ci siamo trovati a dirci: “Non abbiamo nessuno con il colletto bianco che ci possa seguire, quantomeno che ci dica se stiamo facendo una cosa minimamente giusta rispetto a quello che abbiamo sentito anche oggi a messa” e il Signore ci da un sacerdote, peraltro del movimento. Per stare in contatto e amplificare quest’amicizia abbiamo creato un gruppo WhatsApp e ci salutiamo al mattino con un “Sia lodato Gesù Cristo”, che non è poco, non con un buongiorno. Noi siamo di Milano, nel caso qualcuno sia interessato, semplicemente e puramente per seguire il metodo e ciò che ci ha insegnato Giussani e riscoprirlo nei suoi testi, null’altro, siamo disponibili e aperti a new entry. Quindi per me già esiste il mio nuovo inizio.

Intervento: 
Quando Il ragazzo della comunità di Jean Vanier ha parlato dei disabili mentali, che sono dei profeti, ho pensato che io sono stata un profeta per tanti anni, così quando ho incontrato Licio su facebook ho detto: “Questo è il mio profeta!”. Prima Antonio ha detto che Lui passa 'addirittura' tramite Licio, così mi si è scatenato l’intervento che non avrei mai pensato di fare. (Licio, non protestare, perché giù da noi qualcuno ti bolla per patologico. Ma non lo senti Giussani che sta ridendo? Ride di gusto, dai.). Dunque, anche io sono stata patologica e sono uscita dai Memores Domini anni fa, ma questa è un'altra storia. Una volta a me ha parlato don Giussani. Io proprio ho avuto la profezia: don Giussani è qui che ride e sta ridendo con noi! E ci chiede “Ma secondo voi perché vi ho messo Carrón a capo del movimento, se non per un momento come questo? Per adesso? Ma non siate così coglioni, dai! Ma ridete invece di piangervi addosso!”

Intervento: 
Mentre all'inizio vedevamo il video io ho pensato che c’è una cosa che neanche Dio può fare, cioè cambiare il passato. Quello che è accaduto ad ognuno di noi è accaduto e non è un’allucinazione è stata un’esperienza che neanche Dio può cambiare. E questa è stata la prima riflessione.

La seconda è stata che, quando anni fa dopo la letteraccia su Repubblica con cui è stato scaricato Formigoni io ho iniziato ad allontanarmi, o avvicinarmi a seconda del sistema di riferimento, di fatto il movimento per me è significato continuare quello che avevo imparato, perché il movimento è un marchio che uno ha, è un’esperienza che ti marchia ed è impossibile andarsene: è come dire che vado via da mamma e papà, ti puoi allontanare fisicamente ma tu rimani sempre figlio di quei due. Quel marchio che abbiamo avuto io l’ho vissuto in alcuni rapporti personali mediante i quali io giudicavo tutto. Semplicemente è continuata così, al di là dei gesti a cui non andavo più perché mi annoiav,o al di là delle scuole di comunità e degli esercizi, ma questa è una scelta personale, potevo andare anche da un’altra parte a me non interessava proprio. E questo l’ho fatto anche perché quando c’è stata la famosa letteraccia io sono andata da un vecchio anziano amico saggio, e gli ho detto: “Senti ma secondo te quest’esperienza di immensa libertà e contemporaneamente immensa obbedienza che ci ha insegnato don Giussani può continuare adesso che lui non c’è più?” E lui mi ha detto: “Guarda: io non so cosa vi sta succedendo ma da tutto quello che voi mi dite (questo è uno non del movimento, ma da lì ho capito che tanti sono andati da lui subito dopo la lettera) mi pare di no. Però tu hai imparato qualcosa da don Giussani?” E io gli ho detto: “Caspita! Mi ha cambiato la vita!” E lui: “Allora vai e fai come hai imparato!” E io sono campata tutti questi anni su quelle parole lì.

Il nuovo inizio è di fatto continuare con quel marchio che abbiamo avuto dentro CL, perché io sono di comunione e liberazione e rivendico il nome, io rivendico il nome! Comunione e liberazione sono io. Io rivoglio il mio nome. “Comunione e liberazione” sono io e quelli che come me hanno incontrato una cosa che neanche Dio può cambiare: l’esperienza di uno che giudicava tutto in nome della fede insieme, dicendo noi. Quei ragazzini che al Berchet hanno cominciato a dire “Noi cattolici”. Quella è CL. Il resto sarà anche una cosa santa, sicuramente, ma non mi interessa. Quindi per me un nuovo inizio è di fatto ampliare quei rapporti che in questi anni mi sono serviti per andare avanti, poche persone, con cui però io ho continuato ad utilizzare quel metodo: giudicare tutto a partire da quello che avevamo incontrato e che neanche Dio può cambiare.

Intervento: 
Oggi per me questa è una festa, anche se molti temono o speravano che tutto si trasformasse in una specie di ammutinamento sgangherato.

Io sono qui perché, come raramente è successo negli ultimi venti anni, ho sentito una corrispondenza al vero inaspettata, cioè nella parte più intima di una vita molto complicata come per la gran parte di voi immagino.

Il declino del movimento lo vedevo e lo subivo da vent'anni, non è una questione di ora. Figuriamoci poi in una città come Siena e in una terra come quella Toscana. Non è e non può essere soltanto l’effetto di una cura Carroniana, che al massimo sta dando il colpo finale.

Io come ogni persona qui presente e come ogni uomo sulla terra ho bisogno in modo molto semplice e immediato che Cristo si faccia presente nella mia e nostra vita. Io questa risposta l’ho avuta in una forma speciale e straordinaria che è la forma dell’opera di don Giussani. Così come è accaduto per ciascuno di noi la forma del movimento è stata ed è eccezionale, almeno come tensione e quindi come speranza come tanti di voi hanno detto oggi, perché ha risposto a questa esigenza del nostro cuore non come fine ma come aiuto e sostegno alla nostra conversione. Non mi interessa l’associazione, la nostra era molto piccola una realtà piccola, per cui non avevamo un sostegno fortissimo, però era una cosa vera e significativa. Aiuto che oggi non si percepisce nella vita del movimento, anzi. E non sto ad elencare la povertà umana diffusa a tal punto che l’abbandono di molti avviene per noia, l’adesione è scontata magari per paura di restare soli: quanta gente oggi non è venuta perché dice: “Ma se poi lo sanno non mi telefona più nessuno, non mi cercano...”? La partecipazione ai gesti è sostanzialmente autoreferenziale, come dimostra il fatto che il movimento, nonostante quello che ha detto il papa, è inchiodato da 18 mesi nella presentazione di un libro di cui non resterà traccia. Ma questo non cambia di una virgola le mie responsabilità di fronte a me stesso e al mondo. Quest’opera è una grazia, è un dono fatto oltre che a me al mondo e a ciascun uomo! Come ci ha detto il cardinal Caffarra qualche mese fa: “Dio quando fa un regalo agli uomini non lo ritira mai”, e il carisma di don Giussani è un regalo al mondo e alla chiesa. Ma il nostro orizzonte è il mondo, non siamo qui per rifare una piccola associazione tanto per farci compagnia. Io non ne ho bisogno, spero neanche voi. Noi siamo qui perché abbiamo una responsabilità di fronte al mondo. Per questo con gratitudine vedo che la grazia si è manifestata in una nuova compagnia inaspettata e gratuita così come aveva detto la ***** prima, don Dario, la Giuliana. Insieme a molti amici da circa un anno abbiamo ricominciato a percorrere questa strada e la stiamo vivendo nella forma di un movimento nel movimento secondo il progetto che Dio vorrà. Con l’aiuto che possiamo darci richiamandoci le ragioni, con la scuola di comunità, o se uno la vuole chiamare in un altro modo la chiama come gli pare.

Vivo una fraternità semplice ma reale fattiva e condivisa, niente ne rimane fuori i problemi grandi o piccoli di lavoro e di famiglia. Questi fatti ormai paiono non rivestire più nessuna importanza, per me invece sono un punto di partenza per abbracciare ogni istante della vita, nessuno escluso, anche prendendo sul serio l’insegnamento di don Giussani, che ha sempre ripetuto che se un gesto non è pubblico semplicemente non è, nulla in questo periodo è risultato estraneo: dall'adesione compiuta e motivata ai family day; al promuovere la presentazione del libro di Negri in varie parti d'Italia, dato che le sedi ufficiali non lo chiamavano mai, all'incontro con nuovi amici provenienti da altre realtà con un’apertura di cuore impensabile per l’affronto delle questioni del gender e della riforma della scuola, al promuovere mensilmente la veglia di preghiera per i perseguitati cristiani, come i comitati “Nazareth”, ormai una realtà consolidata in diverse parti d'Italia in cui normalmente partecipa un numero crescente di persone per l’80-90% non del nostro movimento. Io ho conosciuto il padre che oggi ci ha detto la messa tre o quattro mesi fa per questa esperienza, lui ci ha fatto conoscere altri amici e da li uno più uno più uno è nata una compagnia anche in quel caso assolutamente inaspettata.

Auguro a tutti di cominciare a fare la stessa esperienza. Dipende da noi: non serve criticare o condannare il mondo, chiesa e movimento compreso. Cristo tagliò corto e fece il cristianesimo, ciò che, anche se poveramente, i nostri occhi hanno visto e le nostre mani hanno toccato.

Intervento: 
Io sono qui, i miei amici sanno che sono qui, anche mio marito. Io sono con Carrón, e invece lui è con voi. Di fatto doveva venire qua lui e invece è stato il contrario. Io ho pianto tutta la messa perché mi sono sentita fuori e avevo molto dolore dentro e mi sono anche confessata e mi vergognavo anche di essere lì, ve lo devo dire. Però non mi aspettavo che in questa assemblea così tanta gente patisse. Io pensavo che avrei visto della gente incazzata che avrebbe detto delle robe tipo: “cacca = Carrón, merda = Carrón, fanculo Carrón” e invece vedo della gente che soffre. Però vi giuro che soffro anche io tanto, anche se con mio marito siamo sempre attaccati su queste cose dalla mattina alla sera e non se ne può più, perché lui tira sempre fuori il papa, tira sempre fuori l’islam e il gender e tutto quello che avete detto voi, io sono ignorante scusate la mia posizione non so nulla. So solo che ho conosciuto Antonio in una situazione personale molto difficile e che mi ha dato la forza di andare avanti, Però dovete scusarmi e spero che voi siate uniti a me nonostante tutto, io sto con Carrón. 

Intervento: 
Volevo fare una puntualizzazione, che è emersa un po’ negli ultimi interventi. Anche io sono addolorato per la situazione del movimento, però dico che una volta giudicata la situazione di adesso quello che mi preme non è sistemare il movimento. Colgo il dolore per chi ci ha vissuto per anni, soprattutto con il Giuss, e questo dolore nella situazione odierna magari non lo riesco a comprendere, però io ho bisogno di vivere.

Quindi, pur nel desiderio comprensibile che vedo anche in me di volere il movimento come lo raccontano certe persone, io adesso ho il problema di vivere e l’obbiettivo ultimo della mia vita non è il movimento ma è la gloria di Cristo attraverso la mia vita, che adesso passa nel movimento e nel richiamo all'essere critici. Però io mi accorgo veramente che se penso a riportare il movimento a come era una volta sbaglio, perché io ho a cuore molto di più di questo, che è la gloria di Cristo attraverso la mia vita.

Intervento: 
Volevo dire a Patrizia che per fortuna ho di meglio da fare la domenica che venire a Bologna per dire “merda Carrón”!

Io volevo dare una risposta alla domanda del “come?” di un po’ di tempo fa, in modo che poi chi guida ci dia una risposta.

Io vedrei due punti. Primo: dentro il movimento! Io faccio fatica a credere che uno che non riesce a convincere il marito a venire qua, l’amico che ha paura di essere bannato su facebook ecc, possa fuori dal movimento nella vita reale convincere qualcun’altro. Se non riusciamo dentro con i nostri fratelli amici da una vita non ci riusciremo neanche fuori. La strada che sembra aprirsi fuori è molto grande ma è una strada che non porta da nessuna parte oggi, domani può darsi. Dentro il movimento però con un metodo: chiedere le ragioni. Una fatica che forse è anche un po’ un fallimento della generazione nostra e quindi anche di chi questa generazione l’ha guidata. Adulti che fanno fatica a dare le ragioni per cui molti hanno spostato la propria adesione. Però se voi gli domandate perché sui singoli fatti, molti dei quali sono stati già esemplificati, se voi gli chiedete “perché no” o “perché sì” non vi sanno dire. Bisogna obbligarli a dare le ragioni. E fino a quando tutti noi non saremo qui in un altro momento come questo a dire che è impossibile parlare, che è impossibile intervenire, che è impossibile cercare di ottenere le ragioni, fino a quel momento staremo dentro il movimento! Io non credo che un’umanità che non riesca all’interno delle famiglie, è una frattura che attraversa marito e moglie, padri e figli, che attraversa scuole di comunità, possa riuscire fuori.

Secondo: tre o quattro momenti come questo durante l’anno. Però la vita non è qui, la vita è fuori di qui. Qui si viene a gonfiare le gomme. Qui si viene a portare le proprie fatiche e testimonianze e anche i propri successi, la strada e il metodo che qualcuno magari può di volta in volta, speriamo e auguriamoci, trovare. Ma la vita è fuori di qui e quindi io direi che certo a me piacerebbe darci già oggi un appuntamento, due o tre volte all'anno, con l’idea che vivremo tra una Bologna e l’altra se la volta dopo qui arriveremo il doppio o il triplo. Non perché conti il numero, ma perché vorrà dire che in quei mesi saremo riusciti ad essere noi stessi, non a vincere contro qualcuno, che non mi interessa. Perché se noi siamo noi stessi nella vita di tutti i giorni io sfido chiunque a non convincerne almeno un altro.

Intervento:
Io ho una vocazione all'interno del movimento eremitica. Devo ringraziare la storia che ho incontrato con quell'accento particolare che mi ha permesso di riconoscere il bene di questa storia.

Rispetto a quello che ci siamo detti penso che l’ultimo intervento sia quello che mi corrisponde di più, perché, come san Francesco andò dal papa per farsi riconoscere per la propria vocazione e da lì poi dopo ci furono i frati minori conventuali, noi potremmo essere il gruppo dei “frati minori”, gli altri sono i conventuali un po’ più “rilassati”. Però dentro una storia, anche perché Giussani rispetto alla storia che gli era nata tra le mani ha sempre detto: “Se il papa mi chiede di chiudere bottega io chiudo”, dopo rimane l’incontro che abbiamo fatto e la consapevolezza che abbiamo ricevuto.

Intervento: 
Consentitemi di chiudere su una questione. Vedo che è quella attorno alla quale abbiamo girato lungo l’assemblea. Noi siamo stati toccati da una storia, e questa storia ha con sé una cosa deflagrante che poggia su due pilastri, non ce ne sono altri, l’amore a Gesù e il destino per il mondo. Che questo è per il mondo, non c’è prima l’uno e poi l’altro, per il mondo.

L’amore a Gesù è destinato ad essere la buona novella per tutti. Non possiamo essere noi a porci il problema dentro o fuori il movimento. Per tutti. Per chi è dentro il movimento sarà dentro il movimento, per chi non è dentro il movimento lo faccia dove vuole. Presenza nel mondo! Perché la gente desidera questo, non dobbiamo essere condizionati da chi ce lo permette o non ce lo permette. Fare il movimento è possibile, è solo la nostra libertà e cioè la nostra responsabilità. Perché la libertà, come diceva don Giussani, non è un sentimento, è un dinamismo, è sentire che noi siamo chiamati uno per uno. E lo facessimo dove capita! La cosa diversa rispetto al passato è che il movimento è un ambito di presenza: non c’è niente di diverso rispetto al lavoro, alla scuola o alla politica, è un ambito di presenza. Per cui chi è dentro il movimento sia memore di ciò a cui appartiene, per che cosa vive, che cosa si aspetta il mondo da lui. Noi siamo questo. Dobbiamo avere la povertà e l’umiltà di riconoscere che questa è l’unica grande cosa che abbiamo incontrato nel movimento e che Gesù non è un’attesa ma è una presenza, è una risposta. A Lui dobbiamo dare il nostro cuore, io non so come dirla.

Il 16 ottobre papa Francesco proclamerà santo José Sánchez del Río, un bambino di 15 anni, che scrive alla mamma: “Cara mamma mi hanno catturato. Questa notte sarò fucilato ti prometto in paradiso che preparerò un buon posto per tutti voi. Il tuo Jose che muore in difesa della fede cattolica per amore di Cristo Re e della Madonna di Guadalupe”. Un bambino di 15 anni.

Il destino è il mondo, il cuore del mondo aspetta che noi rispondiamo alla chiamata di Gesù, per tutti. Dai nostri amici dentro CL alla nostre diaconie, Carrón, il movimento, i responsabili. Ma tutti gli uomini sono con noi compagni di vita. Chiediamo questo, vi prego, chiediamo questo alla Madonna e ricordiamoci l’un l’altro in questo.

Prima del canto due cose. La prima: che strumenti ci diamo. Il primo strumento è un gesto semplice che possiamo fare tutti i giorni: dicendo l’Angelus ricordiamoci l’un l’altro. Costa poco ma da questo nasce la vita. Una volta durante la giornata con l’Angelus ricordiamoci l’un l’altro. La seconda cosa: noi faremo probabilmente una cosa via facebook, dove faremo girare dei materiali e proporremo dei testi, un po’ come si usava in passato, una sorta di volantone dei tempi dell’università. Uno strumento che può essere utilizzato per un giudizio nell'ambiente, per essere uno strumento di presenza. Lasciato alla libertà di ciascuno il come utilizzarlo, se farci le scuole di comunità per chi fa scuola di comunità o per chi fa un momento di incontro nell'ambiente. La terza cosa è un momento periodico in cui segnamo il cammino, come diceva Paolo. Queste sono le tre cose. Non abbiamo altro.

Noi vogliamo fare CL, perché per noi CL è questo: affezione a Gesù e portarlo a tutti i nostri amici nel mondo.

Canto finale: Lascia che il mondo.

Cinematografo dell'alpino: Elvis & Nixon: C’erano una volta un re e il suo presidente…

Elvis e Nixon, un fatto di storia vera americana che può ancora suggerirci qualcosa di importante.


È un fatto di cronaca tra i più strani e, forse, tra i meno conosciuti. Robbie Williams ce lo aveva menzionato nella sua “Advertising Space” quello strano interesse di Elvis Presley per la CIA raramente trattato nei tantissimi servizi televisivi su di lui. Resta tuttavia che è un fatto. Un fatto che la regista Liza Johnson ci racconta nel suo film Elvis e Nixon, ovvero la storia (romanzata ma non tantissimo) di quell'incontro avvenuto il 21 dicembre del 1970.

La forza del film sta in due fattori: il primo è la grande bravura dei due interpreti dotati di abilità e anche di una certa alchimia che (soprattutto durante le scene finali) li rende naturali agli occhi dello spettatore. Nei panni di Nixon c’è l’intramontabile Kevin Spacey (uno che alla Casa Bianca è proprio “di casa” con la sua intepretazione in House of Cards) che non offre al pubblico una nuova chiave di lettura di uno tra i presidenti più iconici della storia americana, anzi ne esprime l’iconografia più classica: burbero, dai modi che vanno dall’arrogante al saccente, disinteressato e fuori luogo. Per il ruolo di Elvis invece abbiamo il bravissimo (perché per questo film se lo merita davvero un “bravissimo”) Michael Shannon: in tutto il pantheon di attori hollywoodiani è sicuramente il meno somigliante fisicamente al Re, ma ciò viene compensato dal suo grande carisma e da un’interpretazione che sa dare dignità, drammaticità e soprattutto complessità al suo personaggio. Degna di nota è anche la prova del giovane Alex Pettyfer che si lascia alle spalle la sua immagine di giovane attore bellissimo da film adolescenziali per entrare in un ruolo meno pomposo e più impegnativo nelle vesti di Jerry Schilling, amico storico di Presley. Nel cast troviamo anche Johnny Knoxvillle, Tate Donovan e Colin Hanks, anche loro molto bravi nel non essere fuori luogo in un film dove le prestazioni di Shannon e Spacey troneggiano, si scontrano e si armonizzano creando una fluidità che rende la storia molto appetibile, leggera agli occhi dello spettatore. Questo grazie anche ad una sceneggiatura che tra dialoghi e gesti cerca di arrivare all'essenziale, senza dimenarsi in inutili pantomime o nel cercare frasi a effetto. Sempre su questo è di grande aiuto l’utilizzo della camera che spesso si focalizza sugli elementi essenziali come può essere uno sguardo malinconico di Elvis o un atteggiamento di Nixon.

Altro punto di forza del film è proprio il senso di dualismo di cui è pervaso, dato da quello che rappresentano i due personaggi e di come questi sono caratterizzati. Qui sta tutto l’aspetto interessante della vicenda: da un lato c’è Elvis presentato come un uomo del suo tempo che vive i grandi problemi che affliggono la società americana degli anni 70 (la droga, la guerra nel Vietnam, gli hippy e i nuovi stili di vita che si affermano tramite altri musicisti, i Beatles in primis) e che vuole fare qualcosa per questa, ma che allo stesso tempo vive dentro di se il dramma di una solitudine causata dal suo essere agli occhi della gente solo un simbolo, un’idea per le persone; dall'altro lato c’è poi un Richard Nixon disinteressato, arrogante e lamentoso, sempre pronto a criticare le cose che ha attorno con un modo di fare che ha quasi dell’infantile. Insomma l’uomo con i problemi che vuole lottare e l’uomo senza problemi che non lotta. In questa dicotomia poi si sviluppano altri aspetti interessanti: la fascinazione di Elvis per i vari gruppi militari che incontra durante il film, quasi a sottolineare il senso di inutilità che prova per la sua carriera da star che non può nulla di fronte ad un’America pervasa dai drammi sociali; l’amicizia sincera di Presley e Schilling, un altro motore della pellicola, che mette in evidenza la necessità tutta umana di avere qualcuno che ci guardi per quello che siamo veramente e non per quello che rappresentiamo. Si arriva poi al nodo centrale del dualismo, che si traduce proprio con la parola “incontro” che vede i due protagonisti faccia a faccia, in un dialogo che nel suo essere strampalato suggerisce qualcosa di molto importante: il borioso presidente americano davanti al desiderio (seppur ingenuo) del Re di rimettere le cose a posto non può fare a meno di rinfrancarsi, di sentirsi meno solo; lo stesso vale per Elvis. Entrambi nella loro diversità trovano moltissimi punti di contatto che una volta scoperti ridanno un certo vigore per ciò che li attende: su questo basta vedere Nixon che si alza dalla sua poltrona e si adopera per soddisfare le ultime richieste di Presley, visto che per tutto il resto del film era rimasto seduto sulla sua poltrona. In sintesi, lo spunto che il film sembra dirci è che solo l’incontro con qualcuno di simile, che condivide le nostre esigenze, può generare in noi un entusiasmo adeguato che ci rimette davanti ciò che ci circonda. È un po’ la grande contraddizione della società america di quegli anni (e probabilmente anche di oggi …) che da un lato promuove l’egocentrismo, il self made man, ma che nella praticità della vita concreta deve accettare di appoggiarsi a qualcuno; nel caso specifico un presidente che si deve appoggiare a un re del rock.


Antonello Di Nunno