venerdì 28 luglio 2017

Ricognizione: La responsabilità etica dei cattolici nella comunicazione (seconda parte)



Giancarlo: “Ringrazio per l'invito gli amici del blog La Baionetta. È sempre interessante dibattere e discutere. A Pinerolo ho avuto l'avventura di avere la responsabilità dell'ufficio pastorale lavoro. Non è la comunicazione l'aspetto di cui mi occupo principalmente, per questo vi è il direttore del settimanale diocesano Patrizio Righero, che è stato vostro ospite nel II incontro di studio. Però, obiettivamente la incrocio con costanza. Il pluralismo e il ruolo dei cattolici. Io partirei da un dato. Oggi mancano i cattolici anche in quel famoso Tg3 o meglio, mancano notizie viste in modo più plurale perché i cattolici si sono suicidati più che fatti sparire.

Ho sempre visto che il problema più grosso non è tanto la forza degli altri ma la debolezza nostra; sostanzialmente e progressivamente ci siamo liquefatti. Quindi era naturale che liquefacendoci a livello culturale a livello politico, ci liquefacessimo anche a livello della comunicazione. Ecco, valiamo poco contiamo poco perché siamo scarsamente formati in generale. Normalmente, siamo tornati a rinchiuderci nelle sacrestie, quando va bene; altrimenti, in altri luoghi più divertenti più ludici.

Il compendio della Dottrina Sociale della Chiesa ci indica la strada, per uscire da tale empasse. Sì, indica essa al punto 562, che è verso la parte finale, dal titolo che mi piace molto e che potrebbe essere il titolo di un libro “Da Babele alla Pentecoste”, il quale può aiutarci a capire qual è la strada della comunicazione, o meglio quello che si diceva nell'introduzione di questo incontro, “l'etica della comunicazione, come la ritrovo sulla strada che da Babele porta alla Pentecoste. Dice il compendio: “Alla luce della Fede la comunicazione umana si deve considerare un percorso da Babele alla Pentecoste, ovvero l'impegno, personale e sociale, di superare il collasso della comunicazione (cfr. Gen 11, 4-8) aprendosi al dono delle lingue (cfr. At 2,5-11), alla comunicazione ripristinata dalla forza dello Spirito Santo, inviato dal Figlio”.

Bene, ora potrei dirvi grazie dell'attenzione e speriamo di rivederci a Pentecoste. Così potrebbe essere la chiusura dell'intervento, perché è tutto scritto qui, nella Dottrina Sociale della Chiesa, che prende le mosse in maniera organizzata, alla luce del magistero della Chiesa, da Leone XIII e arriva alla messa in ordine nel compendio. Quindi, il percorso della parte dedicata alla comunicazione è questo: oggi viviamo una situazione da Babele. Analizziamo bene questa situazione. Mauro parlava dello slogan “aiutiamoli a casa loro”. È uno di quelli che vanno per la maggiore in politica, in questa politica “da felpa”; tutto ciò che vi sta sopra va bene: rottamiamo, la ruspa etc. Tutto funziona e possiamo fare felpe. Ma tutto questo è in realtà principio di semplificazione, utile all'individuazione del nemico pubblico. Non a caso oggi attraverso la comunicazione si designa “il nemico unico”.

Si diceva prima nell'introduzione la comunicazione post Family Day inventa la storia degli integralisti cattolici ma non c'e bisogno di tornare così indietro nei mesi. Guardiamo cosa è successo negli ultimi due giorni, a quei due articoli tristi usciti su La Stampa e La Civiltà Cattolica ma fermiamoci qui, per non aprire una feroce polemica, e andiamo a vedere la notizia su Taiwan: è passata la legge sull'equiparazione del (finto) matrimonio tra persone dello stesso sesso al matrimonio tra uomo e donna. Ovviamente, nella notizia i cattolici e la chiesa locale sono trattati come un settore oscurantista, i quali vogliono fermare lo sviluppo sociale culturale del Paese. Su buona parte dei giornali cattolici, che pochi non sono, ne hanno parlato? No! Siamo rimasti oscurantisti. Non è tanto la comunicazione stampa generale che mi rode ma la nostra, che non risponde alle false accuse. Certo, non occorre sbranarsi, però la parresia è d'obbligo, e cioè dire la verità, le cose come stanno. L'unico modo per combattere il principio di semplificazione è il comunicare, dire la verità. Perché la comunicazione di per sé non è buona o cattiva, è uno strumento. Benedetto XVI lo dice in Caritas in Veritate, lo affida, parlando della tecnologia nella comunicazione, al messaggio per la XLVI giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio”.

E purtroppo, anche noi cattolici abbiamo ceduto all'eccesso di parole. Noi non siamo sul pezzo perché seguiamo gli altri nell'eccesso di parole, dentro il quale si annegano anche i nostri valori. Passa l'idea che la chiesa di Taiwan è oscurantista perché, nell'eccesso di parole, non diciamo niente di preciso puntuale, non mostriamo la Verità con coraggio. Di fatti la Dottrina Sociale della Chiesa ci sollecita a dire la Verità perché tute le parti del compendio dedicate alla comunicazione hanno l'assoluta preoccupazione di ricordare che il tema centrale deve essere la persona umana. La DSC è molto concreta giacché specchio di una fede incarnata. Non è insieme di elementi filosofici ma elemento di un Dio che si è fatto carne, che tocca le problematiche nella loro concretezza. Così essa si rivolge ai comunicatori e a chi usufruisce del lavoro di questi.

Continuiamo a percorrere la strada dei principi perniciosi che oggi contagiano la comunicazione. Poi alla fine vi dirò a chi appartengono. Dal principio della semplificazione al principio di contagio. Lo tratto partendo da una mia esperienza. Ho vissuto un'avventura positiva. Una suora cortesemente mi ha “incastrato” nella formazione dei giovani rom. Nel senso che all'inizio era “ogni tanto vieni a fare formazione” ma poi, e non so quando come e perché, è diventato “tutte le settimane sei lì a fare formazione”. Il potere meraviglioso delle suore.

Normalmente si dice “i rom sono tutti ladri”. Ormai è patrimonio comune, che conferma l'esistenza del principio di contagio, di tutta l'erba si fa un fascio. Così si crea il nemico comune e si contagia ideologicamente il giudizio delle persone. Comunicazione che va per la maggiore qui a Torino e altrove, sulle varie testate è un continuo susseguirsi di titoli urlati e carichi di slogan semplicistici; e le nostre testate che fanno? Se rispondono, lo fanno con articolo barbosi, che arrivi a metà e dici va beh, aderisco all'idea che va per la maggiore, eppure la DSC afferma al punto 561: “I fedeli laici guarderanno ai media come a possibili e potenti mezzi di solidarietà”. Già solo con questo smontiamo lo slogan 'i rom sono tutti ladri'. Non è così, perché sono persone piazzate in una periferia umana e reale.

Dunque, la DSC continua ricordandoci: “Le strutture e le politiche di comunicazione e la distribuzione tecnologica sono fattori che contribuiscono a far sì che alcune persone siano ricche di informazione e altre povere di informazione, in un'epoca in cui la prosperità e perfino la sopravvivenza dipendono dall'informazione”. Vado a chiedere ad ognuno di voi, quanti giovani volontari delle parrocchie attorno ai campi nomadi si occupano della formazione dei bambini rom? Zero. Se ne occupano i francescani. Perciò, come vedete, il problema è nostro. Torna la nostra debolezza. Qui c'è il ragionamento che è bello potersi scegliere i poveri che ci piacciono. Magari se vivono a 2000 km di distanza è ancora meglio.

III principio, di trasposizione: è sempre colpa di qualcun altro, o la responsabilità è di qualcun altro. Noi cattolici ci comportiamo come nobili decaduti. Mi viene in mente il titolo del libro di Bebbe del Colle I cattolici dal potere al silenzio (con due cerotti sulla bocca), come hanno fatto l'italia e come non vorrebbero distruggerla. Cioè non è mai responsabilità nostra. Rimaniamo sul pezzo, legati all'attualità. Il libro dell'ex presidente del consiglio dei ministri – non premier poiché non esiste premierato in Italia – che potrebbe essere socialista con quell'Avanti, non so, avrebbe potuto chiamarlo Unità. Se andate a vedere tutte le analisi uscite sul libro, le mettete insieme, potrete scoprire che è stato presidente ma senza responsabilità: dall'ufficio di presidenza è passato qualcun altro, che gli ha fatto sbagliare scelta o ha preso una scelta al posto suo. Reni poi dice che non ha avuto responsabilità. In estrema sintesi, è il principio di trasposizione, è colpa degli altri.

I cattolici contano meno, certo, ci sono state colpe arrivatre dall'esterno ma chi si è fatto ingabbiare in uno schema di gioco che non ci è mai appartenuto, come quello centro-sinistra/centro-destra? Ci siamo fatti intrappolare in quella gabbia.

Possiamo vedere che la comunicazione di oggi è una comunicazione molto lontana da tutto quello che la chiesa maternamente ci dice, con la DSC e il magistero.

E arriviamo al principio di esagerazione, il IV. Qualsiasi aneddoto, piccolo banale che sia, deve essere trasfromato in qualcosa di grande pazzesco, allo scopo di far percepire con sospetto colui che è rappresentato come avversario. “Hanno rubato nel condominio, chi è stato, ah sicuro, i rom”. E poi quando chiedi all'interlocutore così frettoloso “scusa ma l'hai visto, l'hai fotografato?” la risposta è no. Oppure, lo stesso vedi un segno sul muro e inizia a dire “ah, ecco, hanno fatto un segno per venire a derubarci”... Esagerazioni che interpellato chi fruisce della comunicazione, e non solo i professionisti dei mezzi di comunicazione. La responsabilità etica riguarda entrambi.

È vero che possono propinarmi un titolo urlando con le peggiori esagerazioni ma io fruitore devo saper discernere, avere la formazione per saperlo fare. Dove si fa formazione alla buona comunicazione, in quale parrocchia si legge la buona stampa, quali parroci hanno animatori culturali? Questi animatori culturali dovevano nascere anni addietro, frutto di un'idea, di una vicenda tutta cattolica. Nacque, migliaia furono quelli che si formarono e poi si fermò tutto. Ci si chiede 'ma dove sono finiti, in quale luogo sono incastrati?'.

V principio, quello di volgarizzazione. Qualsiasi propaganda deve essere popolare. Più grande è la massa da convincere e più piccolo deve essere lo sforzo mentale richiesto. La capacità ricettiva delle masse è limitata. Più allargo la platea, meno ho bisogno di convincere. L'informazione social funziona così, ed ecco perché facilmente si presenta il problema delle fake news. Ho allargato la platea e tutto può diventare verosimile. Quindi, con attraverso l'informazione sociale si propaga velocemente il pregiudizio che noi cattolici siamo oscurantisti, medievali, crociati etc

VI principio, l'orchestrazione. La propaganda deve limitarsi a un numero piccolo di idee, ripeterle instancabilmente, disse qualcuno: “Se una menzogna viene ripetuta a sufficienza, alla fine diventa una verità”. Al fondo, come già accennavo prima, vi dirò chi è.

Ma attenzione la DSC da questo punto di vista cosa ci dice? Ci dice che “occorre assicurare un reale pluralismo in questo delicato ambito della vita sociale, garantendo una molteplicità di forme e strumenti nel campo dell'informazione e della comunicazione, e agevolando condizioni di uguaglianza nel possesso e nell'uso di tali strumenti mediante leggi appropriate”. E su leggi appropriate potremmo aprire un altro convegno. Prossimamente. Ma attenzione, il compendio della DSC ci ricorda che sulla comunicazione c'è da porre una questione educativa. Per riprendere Benedetto XVI: “L'emergenza educativa investe completamente, e ancora di più oggi che ieri, il modo della comunicazione”. Ne parla pure Papa Francesco ne La laudato si, quando chiama ad una rivoluzione culturale. Noi dobbiamo tornare a essere rivoluzionari, non pavidi rinchiusi in sacrestia. Su questa aveva ragione don Primo Mazzolari, che parlava della “rivoluzione cristiana”.

VII. Principio di rinnovamento, che consiste nel pubblicare notizie idee che denigrano l'avversario, in grande quantità e in grande velocità. Se apro un social, vedo molti che sparano a raffica notizie denigranti contro l'avversario, perché questo permette di indebolirne le difese. Abbiamo intere piattaforme, controllate da società varie, che fanno questo. Ma questo non è parresia, e va contro i principi riportati nel compendio. Il nostro tempo richiede un'intensa attività educativa. Anche il silenzio, come diceva Benedetto. Il silenzio è un'ottima risposta educativa all'eccesso di parole, che è anche un eccesso di notizie false, che è il principio di rinnovamento. Dobbiamo insegnare ai nostri giovani questo, senza ovviamente demonizzare la tecnologia, che non sempre è un male.

Il Compendio ci ricorda ancora che “per quanto riguarda la tecnologia in generale ci si preoccupa della sua retta applicazione. Noi sappiamo che questo potenziale non è neutro; esso può essere usato sia per il progresso dell'uomo sia per la sua degradazione”. Perciò, noi non possiamo stare dalla parte della degradazione umana. Perché il tema centrale, come già detto più sopra, è la persona umana. Se facciamo cattiva comunicazione, degradiamo la persona.

VIII principio, la verosimiglianza: presentare informazioni confermate almeno in apparenza, in apparenza solide, mostrate in modo parziale, creare confusione. E come la risolvono i cittadini? Cercando la spiegazione più semplice, in mezzo al mare delle notizie e alla complessità delle vicende. Siamo sul pezzo noi cattolici? No, siamo noiosi, barbosi. Spesso non siamo in grado di offrire un'informazione semplice, che può aiutare a capire: attenzione, non semplificata ma semplice nella forma, densa nella sostanza.

IX, principio del silenzio. Non organizzare dibattiti su argomenti in cui non si hanno motivazioni importanti. Come faccio? C'è una brutta notizia, e allora cosa faccio? Niente, ne invento un'altra che vada a controbilanciare. Se come cattolico faccio una cosa del genere, dimentico il principio fondamentale del compendio, la Verità. Noi siamo portatori di Verità. Certo, siamo anche portatori di misericordia ma questa senza Verità è buonismo di bassa lega.

Principio della trasfusione, numero X. Si usano pregiudizi e miti, “i rom sono tutti ladri”. Ma come possiamo fare così! Noi siamo figli di un Dio che si incarna, si fa uomo. E se quella centralità della persona umana, la riconosciamo, non possiamo giocare con i pregiudizi sulle persone; anzi, dovremmo essere i primi avversari di chi usa quei pregiudizi contro qualunque persona.

Diversa è l'ideologia. Prendiamo l'ideologia, Mauro parlava del gay pride a Torino e ad Alba. Esce il comunicato della Diocesi di Alba, molto puntuale e sereno. Quanti giornali, tolto La Gazzetta d'Alba e Vita Diocesana Pinerolese, lo hanno ripreso? Nessuno. Tra l'altro, e mi rivolgo ai comunicatori qui presenti, è interessante notare che attraverso la comunicazione si definiscono #pride, Piemonte-pride (per avere fondi regionali).

Chiudiamo con il principio dell'unanimità, XI. Convincere i cittadini del fatto - e qui si capisce perché è necessario battersi per una sana pluralità - che è necessario pensarla tutti allo stesso modo, creare una falsa unanimità: i “matrimoni” tra persone dello stesso sesso sono lo sviluppo della nostra cultura, dappertutto. Tutti la devono pensare allo stesso modo, perché si deve anche mantenere il desiderio istintivo di appartenenza in ciascuno. Chi ha il coraggio di opporsi, di affrontare il pubblico ludìbrio, come quel deputato maltese, l'unico, che ha votato contro il matrimonio omosessuale? Attenzione, la DSC ci invita all'impegno personale ma anche comunitario: non ci dice “ognuno per sé, Dio per tutti”; ci dice di formarci insieme, trovarci attorno ai valori e ai principi fondamentali per l'uomo, di farci compagnia e affrontare insieme le sfide.

Ora, chi si nasconde dietro i pericolosi principi che ho citato? Il maestro e ministro della propaganda del partito nazista, Gobbels. I suoi principi si trovano ancora oggi nella comunicazione dei giornali, qualsiasi, e nella comunicazione dei grandi leader. E nella comunicazione attuale sono riproposti in una veste nuova. Qui è Babele. Dunque, occorre incamminarsi verso la Pentecoste.






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